sabato 9 ottobre 2010

Alan Sorrenti - Dicitencello Vuje -



Una guerra incomprensibile. Soldati al fronte con dubbi, paure e rabbia. Sentimenti che tre dei militari coinvolti nell'attentato di questa mattina (due morti e uno ferito) sfogavano sulle loro pagine Facebook. L'agguato è avvenuto alle 9 e 45 ore locali. I quattro soldati uccisi sono tutti alpini e facevano parte di una colonna di 70 automezzi che stava andando in Gullistan per costruire una base avanzata. Il mezzo su cui viaggiavano è stato completamente dilaniato da una bomba artiginale confezionata da un gruppo di ribelli talebani. Si tratta di una strage annunciata nell'anno peggiore della missione nato con 525 vittime alle 504 del 2009. Dal 2004, anno dell'inizio della missione, sono già 34 le vittime del nostro esercito. Oggi il contingente è composto da 3.500 uomini. Entro dicembre il governo prevede un aumento fino a 4.000. (www.ilfattoquotidiano.it)

Quattro militari italiani sono stati uccisi stamattina in Afghanistan, vittime di un'imboscata a Farah. Quattro ragazzi che torneranno in Italia all'interno di una cassa mortuaria e saranno salutati, per l'ultima volta, con i funerali di Stato. Un film già visto.
Di loro non si parlerà più nel giro di una settimana. Resterà il dolore delle famiglie, le foto attaccate ai muri. Sono già 34 i nostri soldati uccisi in questa guerra senza senso. Illogica.
Il nostro Vietnam, questo è oggi l'Afghanistan.
A nome mio e dell'Italia dei Valori esprimo profondo cordoglio alle famiglie delle vittime. Siamo sempre stati vicini a tutti quei soldati impegnati in missione e che quotidianamente mettono a repentaglio la propria incolumità. E lo siamo ancora. Oggi è il giorno del lutto, e dovremmo stare in silenzio, ma sono stati troppi i silenzi su questa guerra.
Credo sia giunto il momento che il governo si assuma le proprie responsabilità e richiami immediatamente il nostro contingente. L'Italia dei Valori in Parlamento ha chiesto il ritiro dei nostri militari. La missione che avrebbe dovuto essere di pace ha cambiato i suoi connotati, trasformandosi in missione di guerra. Non ha più senso né logica rimanere in Afghanistan in queste condizioni.
Ma poi, chi stiamo difendendo? Qual è il reale scenario politico di quel Paese? Che ci facciamo ancora in un posto dove i nostri soldati sono esposti al rischio della morte un giorno sì e l'altro pure? E fino a quando dobbiamo restarci?
Dal Governo continuano a dirci che dobbiamo rimanere in Afghanistan perché bisogna rispettare gli impegni presi. Quali impegni? Quelli di continuare a prelevare dalle casse dello stato circa 500 milioni di euro all'anno? O quelli di lasciare più vittime italiane possibili sul territorio afghano?
(www.antoniodipietro.it)

giovedì 7 ottobre 2010

L' Italia e lo zio di Sarah

Disoccupata, precaria, troia, vergine stuprata, ministro promosso per l'aspetto, per il culo, ma anche la bocca aiuta, costretta ad accettare avances sul lavoro, preda delle voglie di parenti e delinquenti, uccisa da zii, mariti, amanti, ex compagni, buttata sulla strada da magnaccia, introdotta nei letti dei potenti come una regalia per acquisirne la condiscendenza. Extracomunitaria e minorenne, a migliaia, quasi bambine, carne fresca sui viali di tutte le città, facile conquista di padri di merda e di famiglia nell'indifferenza totale. Miss Italia che mostrano la loro mercanzia in prima serata, ragazze di cui non si ricorderà il sorriso, lo sguardo, ma soltanto il seno, i lombi, l'incavo delle cosce, vallette con i fili interdentali nelle chiappe in tutti i programmi televisivi, seminude anche nella notte di Natale, merce gratta e fotti, a disposizione degli italiani, inconsapevoli aspiranti puttane del piccolo schermo. Sottopagata, quota rosa, residuale, marginale, esclusa dalle scelte, dalla politica, senza diritti civili se non benedetta dalla sacralità del matrimonio, senza una pensione anche se moglie di fatto per una vita, senza asili, senza spazi verdi per i suoi figli, perché i figli sono delle donne, quasi sempre. Corpo e non persona, buco e non spirito. Oggetto di modernariato con labbra a canotto e zigomi da lupa, in vecchiaia simile a una maitresse di antichi bordelli. Plasmata dalle necessità e dal trionfo del membro maschile, signore e padrone della sua vita. Non più persona, ma oggetto, che si può usare, prestare, strangolare, possedere. Un transfert di massa l'ha trasformata da essere vivente a cosa di comune disponibilità, accessibile, che non può negarsi, non ne ha più il diritto. Proprietà privata, ma anche pubblica, da strangolare in caso di rifiuto, nella scala sociale appena al di sopra una bambola gonfiabile, da possedere anche dopo la morte, perché una cosa non è viva e non è morta. E' solo una cosa, una donna, nient'altro che una donna. (www.beppegrillo.it)

Ballusti

Alessandro Sallusti, il rassicurante neodirettore responsabile (si fa per dire) del Giornale, lancia un allarme da far tremare le vene e i polsi. Titolone a tutta prima pagina: “I pm spiano i telefoni del Giornale”. Svolgimento: “Abbiamo la certezza che almeno due Procure, una al Nord l’altra al Sud, tengono sotto controllo i telefoni e i telefonini di direttori e vicedirettori de Il Giornale. Al momento nessuno di noi è coinvolto in procedimenti giudiziari né ha ricevuto avvisi di garanzia né è stato convocato… Eppure ci sono pm che si divertono ad ascoltare le nostre conversazioni”.

Ora, a parte il prevedibile sollazzo di ascoltare le telefonate di (ma soprattutto tra) Feltri e Sallusti nel tempo libero, nessuno può sottovalutare la gravità della situazione. Ci sono pm che intercettano qualcuno senza prima dirglielo, il che è già ben strano: di solito, quando si intercetta qualcuno, lo si avverte con largo anticipo, anzi si domanda se abbia nulla in contrario; in caso di diniego, si soprassiede. Ma Sallusti è un uomo fortunato e l’ha saputo comunque. Ora teme che lo vogliano “incastrare”, “non si sa mai, magari qualcosa si scopre”. L’idea che basti comportarsi bene per non aver nulla da temere non lo sfiora proprio. Anzi un altro timore l’assale: forse ai pm nordisti e sudisti che passano notti insonni ad ascoltare lui e Feltri “non interessa quel che diciamo noi, ma sono curiosi di sapere che cosa dicono i personaggi della politica coi quali ogni giorno parliamo”. E qui, una volta tanto, B. non c’entra: è noto infatti che né Feltri né Sallusti parlano mai con lui, essendo autonomi e indipendenti dal loro editore e dal di lui fratello. Eppure è proprio per B. che Sallusti è angosciato: “Sono anche questi – scrive – gli abusi di cui parla il presidente Berlusconi… La magistratura, violando o piegando norme e leggi a suo vantaggio, vuole tenere sotto controllo altri legittimi poteri che dovrebbero godere di piena autonomia: l’esecutivo, la politica e l’informazione”.

Ora, com’è noto, i parlamentari non possono essere intercettati, salvo autorizzazione preventiva del Parlamento. Ma nulla del genere è previsto per i giornalisti, che infatti vengono spesso intercettati: sia quando commettono reati comuni (tipo fare le spie, come l’ottimo Betulla, già collaboratore di Feltri e Sallusti), sia quando violano il segreto investigativo. Non vorremmo togliere la primazia a Feltri e Sallusti, ma capita sovente che giornalisti vengano intercettati: da Carlo Vulpio – che Libero di Feltri e Sallusti sputtanò pubblicando le sue conversazioni con le sue fonti perché aveva il torto di occuparsi delle inchieste di De Magistris – al nostro Antonio Massari, intercettato e pedinato per scoprire le sue fonti sull’inchiesta di Trani. Ed è una fortuna che non sia passata la legge bavaglio difesa da Sallusti, altrimenti si potrebbe incriminare e intercettare anche chi pubblica notizie non segrete.

In attesa di svelarci chi e perché intercetta i nostri eroi, magari con qualche prova, il Giornale raccoglie l’illuminato parere del sottosegretario Mantovano: “Non conosco la vicenda, ma il tono del direttore Sallusti non lascia adito a dubbi”. Eccola la pistola fumante: il tono di Sallusti, meglio del guanto di paraffina. E poi, sottolinea il Giornale, “sulla vicenda è andato in onda un servizio del Tg1 di Augusto Minzolini”: dunque è tutto vero.

Il senatore Pdl Gramazio, detto Er Pinguino, chiede al povero Al Fano di sguinzagliare “gli ispettori ministeriali per valutare la regolarità dei fatti denunciati”. Resta da capire dove dovrebbero andare, visto che le due fantomatiche Procure restano ignote. Si procederà così: gli ispettori perlustreranno palmo a palmo l’intero territorio nazionale, dalla Val d’Aosta alla Sicilia, sottoponendo a stringente interrogatorio chiunque incontrino per strada: “Scusi, lei per caso sta intercettando Sallusti?”. E dinanzi a eventuali dinieghi (“Ma che sta dicendo?”, “Ma è sicuro di stare bene?”) si scuseranno molto: “Ah non è lei? Pardon, come non detto. Tante care cose, ossequi alla sua signora”. (Marco Travaglio - IL FATTO QUOTIDIANO -)

Dopo la bufala del fantomatico attentato a Belpietro, direttore di Libero, il Giornale ne spara un'altra in soccorso del fratello minore.

mercoledì 6 ottobre 2010

Spari nel buio

Chiariamo subito: qualunque cosa sia successa venerdì notte a Milano, nel palazzo di via Monte di Pietà, Maurizio Belpietro resta una vittima. Sentire sparare per le scale mentre sei appena entrato in casa con tua moglie sgomenta e due bimbe che dormono è un’esperienza da non augurare a nessuno (soprattutto se da otto anni sei costretto a vivere sotto scorta). Non sono parole di circostanza perché al di là delle battaglie giornalistiche c’è un comune sentimento di umanità che non dovrebbe mai venire meno. Così come non dovrebbe mai mancare il senso della misura anche in chi ritiene di aver subìto una grave intimidazione.

Il direttore di Libero esagera e parecchio quando scrive che noi del Fatto gli “vogliamo male” solo perché, subito, abbiamo registrato i tanti (troppi) interrogativi emersi nel racconto del caposcorta, unico testimone della sparatoria. Ma qui ci siamo fermati in attesa della conclusione delle indagini. Del resto, chi ha osservato: “Tra i poliziotti circola uno strano convincimento, che l’agente di tutela del direttore di Libero si sia inventato tutto”, non siamo stati noi ma il Corriere della Sera. No, caro Belpietro noi non ti vogliamo male però non puoi pretendere che tutti si straccino le vesti gridando all’attentato senza prima aver verificato la fondatezza delle notizie come ci hanno insegnato quando muovevamo i primi passi in questo mestiere.

Certo, girano tipi poco raccomandabili e i Tartaglia e i petardi contro Bonanni hanno, come si dice, lasciato il segno. Ma che dire dello scatenamento seguito alle notizie che ti riguardavano? Un enorme indice accusatore sostenuto dalle solite teste di cuoio e accompagnato dalle solite geremiadi sulle “campagne di odio della sinistra”, sui “cattivi maestri”, sui “giornali giustizialisti” e, chissà perché, sul “troppo perdonismo”. Non sorprende che gli specialisti a libro paga del premier cerchino ad ogni occasione di regolare i loro miseri conti infischiandosene della realtà dei fatti. Ma se vediamo il direttore di Libero fare della propria disavventura un’arma politica per accusare chi gli sta sulle scatole, bè sinceramente ci dispiace. Belpietro, per esempio, fa male a respingere la solidarietà di Travaglio (“lacrime di coccodrillo”) solo perché lui si è un po’ divertito a confrontare i sanguinolenti titoli di Libero con la veemente requisitoria del direttore contro chi “conduce campagne di delegittimazione e diffamazione”. Tranquillo, perché Marco non se l’è presa. È quando legge di paragoni tra Belpietro e Montanelli che non ci vede più. (Antonio Padellaro - IL FATTO QUOTIDIANO -)


Passano i giorni e sembra che ormai trattasi di una bufala il presunto attentato a Belpietro. Probabilmente il capo scorta ambisce ad un'altra promozione !