venerdì 30 aprile 2010

Non so se Gianfranco Fini sia propriamente una pagliuzza nell'occhio del partito: sicuramente Claudio Scajola sta diventando una trave nell'occhio del governo. Qui non ci sono sfumature: i riscontri dei magistrati di Perugia dicono il vero oppure dicono acclaratamente il falso, il costruttore Diego Anemone ha comprato un mega appartamento per Scajola oppure non l'ha comprato, non ci sono mezze misure, insomma il ministro è coinvolto oppure non lo è, e di certo qualcuno si dovrebbe dimettere, dovrebbe andare a casa: o Scajola che nega il vero o i magistrati che sostengono il falso. Qui non c'è una complicata e fumosa indagine spersa per qualche galassia off-shore, non c'è un'affannosa ricerca di riscontri: magistrati e giornalisti sostengono che ci sono già, c'è l'appartamento di Scajola pagato in nero, c'è un altro appartamento comprato a un generale della Finanza, c'è la testimonianza dell'architetto che ha compiuto le transazioni, e c'è la ricostruzione documentale dei vari passaggi di denaro. Tutto falso? Magistrati e giornalisti siano degradati a falsari. Vero? Allora è il caso che il ministro fornisca qualche spiegazione seria, se possibile: senza appellarsi al segreto istruttorio, senza paventare «oscuri manovratori o disegni preordinati», soprattutto senza ostentare una «serenità» non facile da comprendere. Lui sarà anche sereno, noi un po' meno. (FILIPPO FACCI - LIBERO -)
Il presidente del Senato, seconda carica dello Stato e dirigente di vertice del partito di maggioranza che tiene sotto assedio la prima carica dello Stato, intende imporre il suo potere anche fuori dell’ambito istituzionale. Intende che sia vietato ai non addetti ai lavori (che sono esclusivamente il suo capo e i suoi clienti e dipendenti) di parlare della sua vita e di attività pregressa, ovvero le frequentazioni, i rapporti d’affari e quella vasta zona solitamente inesplorata che collega un avvocato intraprendente a coloro che si affidano a lui, anche in circostanze non chiare e dunque non esenti (quando si vive in democrazia) dalla libera discussione. Un esempio alto.

In nome della lotta al terrorismo, il più celebre fra gli avvocati liberal americani, Alan Dershowitz, ha prodotto un non dimenticato elogio della tortura, che non ha giovato al suo prestigio di intellettuale progressista. Un esempio più basso: quando Rudolph Giuliani era pubblico accusatore e John Gotti il perenne indagato come "capo dei capi" della mafia americana, ben quattro avvocati sono finiti sotto accusa perché ritenuti troppo legati alla causa del loro difeso. Ma questo avviene in società libere in cui le discussioni sono furibonde, ma le opinioni, per quanto vigorose, non diventano mai capi d’accusa e motivi di vendetta. Non in questa Italia dei diritti negati. Qui la vendetta è di casa. Se ti esponi con i fatti paghi. E così la seconda carica dello Stato, il presidente del Senato, forte delle umiliazioni e degli attacchi riservati al suo collega, il presidente della Camera, divenuto risibile (vedi il Giornale) per omessa obbedienza, sa di potersi vendicare con chi ha osato descrivere la sua carriera prima di arrivare così in alto.

Tale carriera non assomiglia in nulla a quella di ogni altro presidente del Senato italiano, prima e dopo il fascismo. Imbarazzo? Nei dintorni della casa madre di Arcore si risolve facilmente: fai causa civile, chiedi una immensa somma di denaro (nel caso de “il Fatto) quasi un milione di euro), usi le tue risorse legali gratuite per impegnare gli sconsiderati messaggeri di fatti documentati e inchiodarli per anni, a costi altissimi, deducibili dal costo della libertà. E non ti preoccupare di eventi e persone realmente esistiti. C’è sempre un Tg1 per cancellare le impronte. E ci sono gli altri telegiornali per tacere. Voi dite: ma si rivolterà la professione, il Paese. La seconda carica dello Stato confida che ciò non avverrà. C’è chi conosce bene la pratica della "moral dissuasion". (FURIO COLOMBO - IL FATTO QUOTIDIANO -)

Grillo 168 (www.beppegrillo.it) Woodstock a 5 stelle

giovedì 29 aprile 2010

Davanti a Palazzo Madama, ieri mattina, a protestare contro la legge bavaglio sulle intercettazioni sul punto di essere definitivamente approvata dal Senato, eravamo una cinquantina e non di più. Eravamo, perché mi ero recato anche io sul posto convinto che la mobilitazione sarebbe stata, come si dice, massiccia e combattiva. Non era forse in gioco la nostra libertà di raccontare i fatti senza dover rischiare la galera e pene pecuniarie pesantissime? Tuttavia, poiché massicce erano le accaldate carovane di turisti a zonzo per piazza Navona e di combattivo c’erano solo le dichiarazioni rese alle tv da alcuni dirigenti sindacali e dell’opposizione, sono stato colto da un dubbio fastidioso. Non sarà per caso che la maggioranza dei giornali e dei giornalisti italiani considera queste norme un male tutto sommato accettabile?

Quanti (ho pensato) avranno pensato: vale davvero la pena beccarsi da sei mesi a quattro anni e sborsare decine di migliaia di euro per lo sfizio di pubblicare un verbale o un’intercettazione? Sì, certo, sono documenti che dimostrano le nefandezze degli sciacalli che esultano sui terremoti e dei rapaci delle cliniche che distruggono corpi umani in serie per accrescere il fatturato. Vorrà dire che per pubblicarle si aspetteranno i processi. Occorreranno degli anni? Meglio: si fornirà dei fatti un’analisi più meditata.

E i lettori? Si abitueranno. Ha senso per uno scoop mettersi in cattiva luce presso i propri editori, fare rischiare loro l’osso del collo in un periodo così difficile per l’editoria? Senza contare che potresti sempre inciampare in uno Schifani che ti chiede 720 mila euro sull’unghia solo perché ti occupi dei suoi trascorsi palermitani. Viste così le cose, l’assenza davanti al Senato di tanti bravi colleghi e di tanti illustri direttori mi è apparsa come una scelta di necessaria prudenza in tempi così calamitosi. La libertà di stampa è una bella cosa. Ma se confortevole, è ancora più bella. Solo cattivi pensieri ? (ANTONIO PADELLARO - IL FATTO QUOTIDIANO -)

Assemblea azionisti Telecom Italia - intervento di Beppe Grillo

mercoledì 28 aprile 2010



Roma - "Esprimo la più convinta solidarietà a Gianfranco Fini per gli attacchi personali che quest’oggi il Giornale gli ha mosso": lo dice il presidente del Consiglio, Silvio Berlusconi, in una dichiarazione. "La critica politica, anche più severa, non può trascendere in aggressioni ai familiari e su vicende che nulla hanno a che fare con la politica. Tali metodi, che assai spesso ho dovuto subire personalmente, non vorrei mai vederli applicati, specie su giornali schierati con la nostra parte politica", conclude.

Feltri: "E' una notizia vera" "Berlusconi prende le distanze, Ghedini prende le distanze, Schifani e altri prendono le distanze. Io invece rimango fermo nell’idea che le notizie o sono vere o non sono vere": così il direttore del Giornale, Vittorio Feltri, ha commentato la solidarietà del premier Silvio Berlusconi al presidente della Camera. "E quella su Fini e la ’suocerà che prende un milione e rotti dalla Rai, ente pubblico - ha aggiunto -, è vera. Il resto conta poco. Anzi, niente".

Fini: "Gioranlismo che sguazza nel fango" "C’è un giornalismo che sguazza nel fango, per non citare quella materia organica che rese famoso Cambronne e che va oltre il livello della decenza": lo dice Gianfranco Fini riferendosi all’attacco di Vittorio Feltri sul Giornale di oggi, durante la registrazione di ’Porta a portà, aggiungendo che "la libertà di stampa è un valore assoluto ma non ha nulla a che vedere con questo". (IL GIORNALE)


Ipocrisia istituzionale. Caro Silvio come l'hai messo a dirigere il tuo giornale così lo puoi licenziare l'ineffabile Feltri.

ROMA - Governo battuto per un solo voto alla Camera (225 sì contro 224 no): passa infatti a Montecitorio un emendamento del Pd al ddl lavoro su cui l'esecutivo aveva espresso parere contrario. L'emendamento, di cui è primo firmatario Cesare Damiano, si riferisce all'articolo 31 del testo, relativo alle procedure di conciliazione e di arbitrato, ed in particolare alle clausole compromissorie. In base al testo passato, le commissioni di certificazione accerteranno la devoluzione agli arbitri solo delle controversie di lavoro già insorte e non che dovessero insorgere in futuro.

ASSENZE E TENSIONE - Molte le assenze tra le file del Pdl: 95 i deputati che non hanno partecipato al voto, di cui 45 in missione. Defezioni si sono registrate sia tra gli esponenti della maggioranza che tra i finiani e dopo il voto si sono registrati momenti di tensione in Transatlantico. Il deputato del Pdl, Giancarlo Lehner ha accusato infatti il finiano Antonino Lo Presti di aver organizzato una trappola sul voto. «Ma quale imboscata dei finiani! Ti devi vergognare a dire queste cose!», è stata la risposta del parlamentare vicino al presidente della Camera. Qualche spintone e qualche parola di troppo e per poco i due non sono venuti alle mani proprio in Transatlantico. A dividerli è stato il deputato del Pdl, Simone Baldelli. Ad arrabbiarsi anche Fabio Granata che è andato da Baldelli per far presente l'assurdità dell'accusa. «Dite a Berlusconi che se manda avanti questi personaggi finisce male...», è stato lo sfogo di Lo Presti. «Forse si sono estesi i finiani...» ha scherzato il segretario Pd, Pier Luigi Bersani, commentando la sconfitta del governo a Montecitorio sul ddl lavoro. Tra i banchi della Lega mancavano undici dei 60 deputati. Centosettanta i deputati di opposizione presenti su 205: dodici erano in missione e 23 gli assenti. Dei 24 deputati dell'Idv, 20 hanno partecipato al voto. (CORRIERE DELLA SERA)


Doveva accadere ed è accaduto, Governo battuto per la prima volta dopo lo scontro Fini - Berlusconi. Cominciata subito la caccia al finiano per impallinarlo. Si attendono con ansia i titoloni in prima pagina di domani dei giornaletti della Reale Casa. Feltri e Belpietro sono già a lavoro e chi li ha incrociati giura di averli visti violacei.
"Serve il federalismo fiscale altrimenti l'Italia fa la fine della Grecia, è assolutamente necessario." Lo ha detto Bossi, senza aggiungere che con il federalismo fiscale, di cui nessuno ha calcolato i costi, faremo invece la fine dell'Argentina. La scelta è difficile, fallire subito o rimandare? Le agenzie di rating hanno declassato i titoli di Stato greci a spazzatura. Il debito della Grecia non ha più mercato, i suoi titoli sono invendibili. Li possono comprare solo banche greche su ordine del Governo centrale.
Senza il ricorso al debito, la Grecia può invocare unicamente la carità degli altri Stati per non fare bancarotta e dichiarare il suo debito insolvibile con l'uscita obbligatoria dall'euro.
L'elemosina, comunque insufficiente, tarda però ad arrivare, un aiuto stimato in 45 miliardi di euro per non fallire subito. La Grecia ha necessità di reperire 160 miliardi di euro per i prossimi tre anni solo per finanziare gli interessi sui titoli di Stato emessi, pagare i titoli di Stato in scadenza e il disavanzo annuo tra entrate e uscite. Il prestito di 45 miliardi sarà finanziato dal Fondo Monetario Internazionale per 10/15 miliardi e da alcune nazioni europee, tra queste la Germania con 8,4 miliardi e l'Italia con 5,5 miliardi (quasi il triplo dell'Olanda e più della Spagna con 3,7 miliardi).
L'86% dei tedeschi è contrario al prestito, non vuole pagare per la finanza allegra di altri Paesi. Tremorti invece è entusiasta, il parere degli italiani non è noto anche perché nessuno li ha interpellati. La Merkel, prima di consegnare i soldi dei tedeschi al primo ministro greco George Papandreou vuole avere la rassicurazione che la Grecia metterà a posto i suoi conti. Tremorti ha invece fretta di erogare il prestito per paura che il fuoco divampi. La Grecia, infatti, è vicina. Il nostro debito pubblico è di circa 1.800 miliardi, nei primi mesi del 2010 è aumentato di più di 30 miliardi, il tasso di disoccupazione italiano è comparabile a quello greco, il saldo import/export 2009 è stato negativo per circa 280 milioni di euro, mentre nel 2008 era positivo per 10 miliardi. Le entrate fiscali sono in diminuzione mese dopo mese, la spesa pubblica è in continuo aumento ed è la peggiore sul Pil degli ultimi 10 anni, pari al 52,3%.
I numeri greci e quelli italiani sono simili, qualche volta sono peggio loro, altre volte stiamo peggio noi. Se fallisce la Grecia, l'euro vacilla. Se fallisce l'Italia, l'euro sprofonda insieme a tutti i nostri creditori. Per ora il nostro immenso debito pubblico ci protegge.
Nel 2010 Tremorti deve collocare 450 miliardi di euro di titoli e pagare 70/80 miliardi di interessi (pari a 4/5 finanziarie) su quelli già emessi. I greci, a confronto, sono dei dilettanti. (www.beppegrillo.it)

martedì 27 aprile 2010

Il Capo dello Stato, nel duplice ruolo di presidente della Repubblica e di presidente del Consiglio superiore della magistratura, oggi ha ricevuto 298 nuove leve della magistratura italiana. Tra gli inviti rivolti da Napolitano ai nuovi tirocinanti alcuni sono stati indirizzati al recupero della credibilità del potere giudiziario, che deve fuggire dai protagonismi mediatici, per riconquistare così la fiducia dei cittadini.

Tutti inviti condivisibili, sui quali vorrei fare alcune considerazioni doverose per smentire tutti coloro che considerano i giudici i responsabili del rapporto degradato tra politica e magistratura. La magistratura è composta di persone, di esseri umani. Non tutte queste persone possono essere in buona fede, qualcuno magari cede alla corruzione e strumentalizza la propria posizione per fare politica e affari, pur essendo nella magistratura.

Come, ad esempio, il giudice Squillante nel processo Sme. Ma questi casi sono e rimarranno isolati, questi giudici sono mele marce che si annidano ad ogni livello delle istituzioni.

I membri del governo screditano continuamente l’operato della magistratura, la umiliano e la criticano pesantemente attraverso telegiornali, quotidiani, rotocalchi e, perfino, attraverso le dichiarazioni di chi, come il ministro della Giustizia, Angelino Alfano, dovrebbe tutelarne l’operato.

E’ normale che un Presidente del Consiglio definisca politicizzata la Consulta, poiché ha respinto una legge incostituzionale o che apostrofi i giudici come estremisti, comunisti, toghe rosse, venduti, politicanti, talebani, disturbati e degni di perizia psichiatrica?

E’ normale un governo che vari leggi anticostituzionali che imbavaglino e che impediscano l’efficiente funzionamento della macchina della giustizia?

E’ normale il fatto che il governo desideri una legge per eliminare le intercettazioni?

E’ normale che la politica intervenga per avocare a sé indagini in corso, per mettere in guerra tra loro le procure al fine di insabbiare ogni forma di accertamento giudiziario e che evidenzi l’eventuale coinvolgimento di alte personalità delle istituzioni?

E’ vero o no che la riforma della giustizia messa in campo da questo governo non prevede e non risponde minimamente all’obiettivo di ridisegno di una giustizia più efficiente e più veloce?

E’ vero o no che oggi la riforma della giustizia punta alla sottomissione del potere giudiziario a quello dell’esecutivo più che a garantire il funzionamento del comparto?

Trovo naturale che una categoria posta sotto assedio possa sviluppare uno spirito di unità, così come trovo scontato che chi ha interesse a sottometterla (il Pdl), voglia farla apparire “politicizzata”, mentre in realtà i giudici stanno difendendo i più alti valori dello Stato e della Costituzione.

Ai 298 tirocinanti io raccomanderei di tenere la schiena diritta, di non cedere agli attacchi e alle ingerenze della politica, cogliendo l’occasione, magari, di lanciare l’invito al governo in carica di potenziare le risorse a disposizione del comparto della giustizia, al quale mancano i fondi, le risorse umane e tecniche.

In tal senso, se questa fosse la direzione della riforma della giustizia, allora, saremmo ben lieti di parteciparvi, mettendo sul tavolo le numerose proposte contenute nel nostro programma. Proposte che, se accolte, riteniamo potrebbero rappresentare un boomerang per questa maggioranza, poiché hanno l’obiettivo di far funzionare, e non fare a pezzi la macchina della giustizia. (www.antoniodipietro.it)

domenica 25 aprile 2010

La (vera) battuta del giorno



«Daspo ai calciatori? Ho visto volare schiaffi anche in Parlamento, allora bisognerebbe mettere il Daspo anche per loro...». (Cristiano Lucarelli, attaccante del Livorno, commenta così ai microfoni di Sky le parole del Ministro dell'Interno Roberto Maroni secondo il quale il Daspo «dovrebbe essere comminato anche a certi giocatori».)
Sessantacinque anni fa i partigiani liberavano l'Italia dai fascisti. Finiva un regime. Un anniversario importante per la memoria del nostro Paese. Un anniversario che va riscoperto e vissuto con orgoglio in un momento cosi delicato per l'intera nazione.
In Italia, oggi, c'e' chi mistifica la realta' e chi la realtà la subisce.

C'è l'Italia dei berlusconoidi, che vive di bugie e inganni, e c'è l'Italia dei lavoratori di Termini Imerese ed ex Eutelia. L'Italia delle diecimila partite Iva chiuse in Veneto, dei cassaintegrati che vivono di nulla, dei giovani meridionali costretti all'emigrazione o alla resa, dei giornalisti liberi messi in un angolo. L'Italia degli operai sui tetti, dei colletti bianchi che abusano dei terremoti, dei ricercatori che fuggono all'estero.

C'è l'Italia dei Suv russi regalati ai ministri, l'Italia della tragedia di Busalla (Genova) dove a una famiglia tagliano il gas perché non può permettersi le bollette e la bimba di 12 anni muore intossicata dal braciere che serviva a riscaldare la stanza.

Ma c'è anche l'Italia che ha ancora voglia di indignarsi, di riassaporare il fresco profumo di libertà che sognava Paolo Borsellino. Una nazione libera dalle logiche di un premier illusionista, dalle idee di un governo che tende a dividere e non ad unire. Libera dalle regole imposte dai clan nelle terre di 'ndrangheta e camorra. Un'Italia che ha ancora la forza per una nuova resistenza. (www.antoniodipietro.it)

Resistenza, resistenza, resistenza


Le manifestazioni per il 25 aprile si sono aperte con un giorno di anticipo con uno spettacolo celebrativo alla Scala. Il comitato antifascista formato da Napolitano, Berlusconi, Moratti, Formigoni è stato accolto dai milanesi con grande entusiasmo. Un trionfo soprattutto per Morfeo, la firma più veloce della Repubblica, che si è pure commosso. Fuori, lontani dai lustrini e colliers, un gruppo di cittadini aspettava con ansia di salutare il Primo Partigiano d'Italia. Il loro entusiasmo era tale che è stato necessario transennarli come delle bestie. Uno di loro ha preso un megafono per farsi sentire dai celebranti all'uscita dal teatro. Ha potuto solo ricordare le leggi vergogna proposte da Berlusconi e firmate con la rapidità di una raffica di mitra partigiana dall'eroico Napolitano. Poi, tra l'indifferenza di molti, Piero Ricca è stato trascinato via e il suo megafono è stato sequestrato. Pertini, un vero Presidente e un vero Partigiano, è stato nominato all'interno della Scala. Se fosse stato in vita li avrebbe presi tutti a calci nel culo. (www.beppegrillo.it)

sabato 24 aprile 2010

Camere "diverse"




La battuta del giorno

"Io poi, ad una età in cui sono in pace con me stesso, non ho rimpianti, non ho rimorsi, non ho mai fatto male a qualcuno e quando vado a letto alla sera, mi guardo allo specchio e dico: se stasera l'Angelo della morte arriva mi prende con la coscienza pulita". (Silvio Berlusconi)


Questa battuta è fantastica !!!!

Se Berlusconi regalava alle escort farfalline e tartarughine non poteva fare lo stesso per un macho come La Russa. Per lui ha pensato a un premio che ne esaltasse la virilità. Un Suv Sollers Uaz 2300 diesel, grigio chiaro metallizzato, un Patriot Limited motorizzato Iveco, full optional antinebbia, retrovisori riscaldati, alzacristalli elettrici e cerchi in lega da 16 pollici. Lungo 4,7 metri, largo due. Fabbricato a Vladivostok, nella Russia di Putin. La Russa ha dichiarato felice come un militare russo in Cecenia: "Guiderò personalmente il Suv italo-russo sulle colline dell'Etna o del monte Rosa, dove trascorro qualche giorno delle mie vacanze estive e natalizie". Vista la reazione entusiasta del ministro della Guerra, lo psiconano organizzerà al prossimo congresso una riffa di partito con Iva Zanicchi come presentatrice. I concorrenti dovranno presentarsi con la tessera dei punti fedeltà. Più lecchi. più vinci. (www.beppegrillo.it)

venerdì 23 aprile 2010



Questo Partito dell’Amore, visto in diretta senza rete, è proprio un amore. Colpivano gli sguardi, soprattutto. Tutti molto amorevoli. Teneri. Affettuosi. Si vede proprio che si amano. Lo zenith del sentimento si è registrato quando Fini ha proferito la parola "legalità". Berlusconi ha digrignato i denti e contratto i muscoli facciali, come per sbranarlo all’istante: se Verdini, seduto a fianco, non se lo fosse legato al polso con un bel paio di manette (le porta sempre con sé per ogni evenienza), sarebbe corso il sangue. Intanto l’intera sala, eccettuati alcuni incensurati, grugniva fremente di sdegno. Legalità a noi? Chi ti ha insegnato certe parolacce? Ma allora dillo che sei venuto a provocare! Vai subito in bagno e lavati la bocca col sapone! In effetti, in 16 anni di storia, nessuno aveva mai osato tanto: parlare di legalità in casa del corruttore di Mills, del principale di Mangano, dell’amico di Dell’Utri e di Cosentino fortunatamente assenti: avevano subodorato qualcosa.

Non contento, il noto provocatore ha pure osato evocare la Sicilia, altro tabù proibitissimo, specie se accompagnato dal nome "Micciché". Mancava che citasse pure Dell’Utri, poi lo menavano proprio. Ci voleva Fini per far uscire dai gangheri Berlusconi e insegnare come si fa al Pd, che in sedici anni non ci è mai riuscito: basta parlargli di legalità e di libertà d’informazione (due temi dai quali il Pd si tiene a debita distanza, per non passare per antiberlusconiano, non sia mai). E magari smontargli pure il federalismo fiscale (sul quale un anno fa il Pd si astenne e Idv votò sì), anziché ripetere che la Lega ha ragione, bisogna fare come la Lega e dialogare con la Lega. Infatti, con tutto quel che gli aveva detto Fini per un’ora e mezza, Berlusconi gli ha risposto solo su quei temi: del resto s’infischia allegramente (a parte un cenno ai 150 anni dell’Unità d’Italia, sui quali è molto preparato: infatti dice "i 150 anni della storia della nostra Repubblica", quella di re Vittorio Emanuele II di Savoia e del conte Cavour).

Sugli attacchi del suo Giornale a Fini, ha risposto amorevole e sofferente: "Io sul Giornale non ho alcun modo di influire" (versione moderna del "sono forse io il custode di mio fratello?", by Caino). Poi ha aggiunto che il Giornale è in vendita e se Fini ha un amico a cui farlo comprare il problema è risolto, e comunque lo attacca anche Libero, edito dal suo amico senatore Angelucci: dal che si potrebbe dedurre che forse gli attacchi dei giornali di destra a Fini dipendono dai padroni che hanno. Notevole anche il concetto di "super partes" illustrato dal ducetto: Fini non è un presidente della Camera super partes perché ogni tanto critica il governo. Ecco, per lui è super partes solo chi è sempre d’accordo con lui.

Anzi, meglio: chi è di sua proprietà. Tipo Schifani, per dire. Quanto al federalismo fiscale, Fini s’è permesso di ricordare l’impegno di abolire le province (altro tema astutamente disertato dal Pd). Il 31 marzo 2008 il Cavaliere dichiarò nella videochat del corriere.it  : "Non parlo di province, perché bisogna eliminarle...Dimezzare i costi della politica significa innanzitutto dimezzare il numero dei politici di mestiere ed eliminare tanti enti inutili, province, comunità montane...". A Matrix ribadì: "E’ necessario eliminare le province". E a Porta a Porta: "Le province sono tutte inutili e fonte di costi per i cittadini. E’ pacifico che vanno abolite". Ieri invece ha detto: "Aboliremo solo quelle non utili”, tanto abolirle tutte farebbe risparmiare “solo 200 milioni" (falso: sarebbero 6 miliardi l’anno solo per il personale), e soprattutto "non ne faremo di nuove".

Un po’ come per le tasse: in campagna elettorale giurava di tagliarle, ora invece si vanta di non averle aumentate. Come promettere un collier alla fidanzata e poi, se quella si lamenta perché non l’ha ricevuto, replicare: "Ma cara, in compenso non ti ho presa a calci in culo, cosa pretendi di più?".
Ps. Bersani ha commentato l’epico scazzo con una dichiarazione listata a lutto: "Sono divisi, non faranno le riforme". Una bella perdita. (MARCO TRAVAGLIO - IL FATTO QUOTIDIANO -)
Nelle ultime ore la discussione Politica sta mettendo a dura prova gli equilibri del Governo. Il Paese osserva, si informa. L'opposizione, nel momento piu' tribolante da quando questa maggioranza e' al potere, ha il dovere di pensare al futuro in modo cosciente. Servono scelte intelligenti e non dettate dalle solite logiche che hanno consegnato il Paese al centrodestra.

(www.antoniodipietro.it)
Le elezioni anticipate sono l'ultimo rifugio della politica. Anticipate, ma sempre con giudizio. Il Parlamento infatti si può sciogliere solo dopo che i parlamentari hanno raggiunto i requisiti per la pensione, quindi mai prima di due anni e mezzo. Quasi ci siamo e i deputati e i senatori, che alla pensione ci tengono, potrebbero accettare un rompete le righe (a proposito c'è uno, dico un solo parlamentare che ha rinunciato a questo odioso privilegio?). Il problema, come si suol dire, è però un altro. L'Italia non può andare a nuove elezioni senza rischiare di fare la fine della Grecia. La minaccia di sciogliere il Parlamento è una pistola scarica. Ogni parametro economico è il peggiore di sempre, dal debito pubblico, alla cassa integrazione, al tasso di disoccupazione. L'Italia non può permettersi un vuoto parlamentare senza correre il rischio di un default. Ma questo è forse l'obiettivo di chi vuole sfasciare il Paese. (www.beppegrillo.it)

mercoledì 21 aprile 2010

Sacramento ad personam


All'inizio minacciava una scissione, poi ha ripiegato sul gruppo autonomo, ora si accontenta di una corrente interna. La corsa di Fini verso l'autonomia è come quella dei gamberi, all'indietro. Non è aria e ieri il presidente della Camera ne ha avuto un’ulteriore conferma. Solo 56, tra deputati e senatori ex An, hanno firmato una generica mozione di appoggio alla sua linea. Almeno la metà di questi non sarebbe però disposti a seguirlo oltre. I conti sono presto fatti. I parlamentari eletti in quota Fini alle ultime elezioni erano 140. Vuol dire che 90, cioè quasi due su tre, lo hanno già definitivamente abbandonato. Tanto è vero che sempre ieri in 76, tra i quali i leader ex An come La Russa, Alemanno, Gasparri e Meloni, hanno firmato un controdocumento nel quale si conferma lealtà al Pdl e a Silvio Berlusconi.
Fino a qui i numeri, che dimostrano in modo freddo il fallimento del piano di Fini di ridare vita a una sorta di An seconda versione. Il progetto è abortito, come dimostrano anche i sondaggi che danno un simile partito sotto la soglia elettorale del quattro per cento, cioè a rischio di non entrare neppure in Parlamento in caso di elezioni. Ma la politica non è fatta di soli numeri, per cui sarebbe sbagliato sottovalutare la gravità dello strappo. Per più motivi. Gianfranco Fini infatti non è un politico qualunque ma il presidente della Camera, poltrona sulla quale è arrivato come espressione di tutta la maggioranza, quella maggioranza, Pdl più Lega, della quale lui da oggi rappresenta solo una piccolissima parte e verso la quale non nasconde disprezzo e ostilità. Non è un problema da poco se si considera non solo il valore formale-simbolico del ruolo ma anche il grande potere che il numero uno della Camera ha rispetto allo svolgimento dei lavori (tempi di approvazione delle leggi) e alla collaborazione col governo.
Analoga questione si pone per quei fedelissimi di Fini che erano stati messi in ruoli chiave sia nel partito che in Parlamento e nel governo. Oggi il loro potere di decisione e interdizione è ancora compatibile e proporzionale con il fatto di rappresentare non più l'intero Pdl ma solo una minoranza dello stesso? Direi di no, qui la matematica diventa politica e a poco servono le tranquillizzanti dichiarazioni di lealtà istituzionale. Al momento opportuno ovviamente, e legittimamente dal loro punto di vista, i finiani metteranno in campo tutti gli strumenti per logorare la maggioranza e marcare il ruolo che si sono dati, magari in combutta con l'opposizione di sinistra che non vede l'ora di avere una quinta colonna dentro il berlusconismo.
La terza preoccupazione riguarda il medio periodo, cioè la possibilità che il gruppo dei finiani possa fare da catalizzatore a scontenti personali, mercenari e simili. O meglio, come spesso accade in politica, essere usato come arma di ricatto da parte di deputati e senatori nei confronti dei vertici del partito. Della serie: o mi dai quello che chiedo oppure passo con loro.
Buonsenso vorrebbe che Fini rimettesse il suo mandato di presidente della Camera. Non lo farà, perderebbe anche il residuo potere che gli rimane. Berlusconi ieri, al termine di una riunione con i coordinatori ha detto che il suo ex socio dovrà comunque adeguarsi alle decisioni della maggioranza del partito. Non mi farei illusioni neppure rispetto a questo. Avendo preso atto che la guerra non può essere frontale, Fini farà battaglia di retroguardia. Le perderà, come è accaduto ogni volta che si è messo in proprio ma sarà comunque un problema in più. Almeno che i vertici del Pdl prendano strade diverse da quelle viste fino ad ora. Il predellino fa precedente. (ALESSANDRO SALLUSTI - IL GIORNALE -)


Sempre più pesanti le cannonate che il giornale della Reale Casa continua a sparare su Gianfranco Fini. Il quadro che ne deriva è che nel PDL il pensiero unico e dominante è e deve continuare ad essere quello di Berlusconi anche quando confeziona cazzate. Non sono ammissibili dissensi e slanci di dignità. Slancio di dignità che sta mostrando Fini davanti allo squallore dei suoi compagni di partito e di alleanza, ultima la stronzata espressa ieri da quel coglione del figlio di Bossi.
Per quanto riguarda il tradimento di vecchi finiani come La Russa, Gasparri, Matteoli e Meloni non c'è da stupirsi più di tanto. Devono gratitudine eterna a Berlusconi che ha concesso loro una posizione di prestigio in cambio del più assoluto servilismo. In un Paese normale non li avrebbero nemmeno fatti avvicinare ai Palazzi Istituzionali.


L'AQUILA - L'Aquila nega la cittadinanza onoraria a Guido Bertolaso. La IV commissione Statuto e regolamenti del Comune ha bocciato martedì pomeriggio la proposta relativa al numero uno della Protezione civile, impegnato in prima persona nel capoluogo abruzzese dal sisma di un anno fa. Della proposta di cittadinanza onoraria si era fatto promotore il movimento «Rialzati L'Aquila». Quattordici i voti contrari, 2 i favorevoli, quelli dei consiglieri Enrico Verini e Roberto Tinari (del movimento «Rialzati L'Aquila»). Si è astenuto invece il consigliere Luigi D'Eramo (La Destra). La bocciatura della IV commissione è stata accolta positivamente da parte dei rappresentanti di quei comitati cittadini sorti all'indomani del terremoto del 6 aprile 2009, tra tutti il «3e32». «Sembra giusto da parte di un organo consiliare prendere una decisione di questo tipo - spiega Sara Vegni - e questo per due motivi: da una parte riservare un riconoscimento di questo tipo ad una sola persona significherebbe escludere tutto quel sistema di volontari che ha lavorato nelle prime fasi dell'emergenza; la seconda ragione - prosegue Sara Vegni - è che l'assistenza alla popolazione cittadina rappresenta un diritto e non qualcosa che più volte è passato come un "regalo" da parte del governo e della Protezione civile». Le valutazioni di Sara Vegni si estendono anche al ruolo del consiglio comunale: «Con una disposizione come questa - dichiara - il consiglio ha dimostrato di saper decidere in maniera autonoma e sapersi ritagliare quella parte politica e decisionale che gli era stata preclusa all'indomani del terremoto». Rimbalza intanto tra i social network la notizia con numerosi commenti divisi tra la solidarietà a Guido Bertolaso e l'approvazione della scelta della quarta Commissione.

CHIODI - «È l'ennesima brutta figura a cui siamo costretti dopo quella della contestazione del consiglio comunale nella notte della commemorazione delle vittime» è stato il commento del commissario delegato per la ricostruzione, Gianni Chiodi, che è anche presidente della Regione Abruzzo. «Quello che più si evidenzia è che c'è uno iato, palese ed evidente, tra il sentimento della popolazione ed i sentimenti e le decisioni dei loro rappresentanti - ha continuato Chiodi -. Su una cosa di questo genere L'Aquila rischia, dopo quanto successo nel consiglio comunale, di avere una pessima reputazione. E mi dispiace - ha chiarito ancora il commissario delegato - che gli aquilani abbiano questa reputazione, vivo ormai all'Aquila perché a Teramo vado solo a dormire, e so che la stragrande maggioranza non è così. Sono tutti grati per quanto fatto per il terremoto e quindi anche nei confronti di Bertolaso». Chiodi ha sottolineato ancora che «è una cosa che non riesco a comprendere anche perché è un comportamento autolesionista». «E se una persona deve avere la cittadinanza onoraria, è proprio Bertolaso. È stata attribuita a personaggi che hanno avuto a che fare con L'Aquila per situazioni meno importanti che non hanno segnato la storia dell'Aquila, come invece avvenuto con il capo della Protezione civile nazionale che si è occupato della emergenza causata da una tragedia epocale».

GIOVANARDI - «Non si capisce perché le istituzioni aquilane lavorino per far disamorare gli italiani sulla sorte della loro splendida città» ha rincarato la dose il sottosegretario Carlo Giovanardi riferendosi alla decisione del comune dell'Aquila di non concedere la cittadinanza onoraria a Guido Bertolaso. «È difficile infatti comprendere - ha aggiunto Giovanardi - come la Giunta comunale abbia esposto Guido Bertolaso proponendo al consiglio la cittadinanza onoraria e tale delibera venga bocciata dalla competente Commissione Statuto con 14 voti contrari e due favorevoli. A Guido Bertolaso va la mia più affettuosa e convinta solidarietà che si aggiunge a quella degli amici consiglieri comunali Verini e Tinari, che unici in commissione hanno dimostrato che esistono abruzzesi che sanno cosa sono gratitudine e riconoscenza». (CORRIERE DELLA SERA)


Sussulto di dignità del popolo dell'Aquila.
L'emendamento sulle intercettazioni consegnato alla commissione Giustizia del Senato mette in evidenza una grande apertura da parte di questo Governo. Una grande apertura alla criminalita' organizzata.

I parlamentari diventano il punto di riferimento dei delinquenti e non dei cittadini perbene. Viene creata una riserva indiana per i parlamentari. Oggi permettono a tutti quelli della criminalità organizzata di avere come referente un parlamentare, così le intercettazioni non valgono più. Anche se confessa un omicidio, se c'è un parlamentare, nell'intercettazione, ci vuole un'autorizzazione del Parlamento, e la Camera si guarderà bene da dare il via libera. Oggi io aiuto te e domani tu aiuti me: tra destra e sinistra non hanno mai dato l'autorizzazione a procedere.

La proposta di oggi, quindi, la ritengo ancora più grave della precedente, perché con questi emendamenti si mette un bavaglio definitivo alla stampa: addirittura si puniscono i giornalisti, che fanno il loro mestiere. Bisogna punire invece chi rende noto, chi viola il segreto istruttorio e non il giornalista che svolge la propria funzione.
Con questo emendamento il Governo ha inferto un altro colpo al sistema giustizia. Non si capisce per quale ragione per una persona che non è parlamentare, e che può occultare tutte le prove e realizzare reati, si debba chiedere l'autorizzazione ad intercettare. A questo punto, la criminalità organizzata potrà scegliersi i suoi adepti, il parlamentare più adatto, punto di contatto tra criminali che così non parleranno più tra di loro ma per interfaccia. Volendo fare un esempio: se due mafiosi vogliono scambiarsi delle informazioni basterà che a fare da tramite ci sia un parlamentare. Per essere ancora più chiari: se Totò Riina vuole mandare un messaggio a Provenzano basta che si rivolga al parlamentare mafioso di turno. Così, questi potrà essere l'anello di congiunzione con la criminalità. E' chiaro che per il parlamentare sarà più facile avere come punto di riferimento la criminalità.
Queste sono le prove tecniche del regime. Queste disposizioni mettono seriamente a rischio l'articolo 21 della Costituzione. Il ddl voluto fortemente da Berlusconi prevede diversi anni di carcere per chi svolge di mestiere di giornalista e dovrebbe essere un 'cane da guardia' della democrazia. In questo modo da cane da guardia diventerebbe una pecora.
Noi dell'Italia dei Valori siamo accanto ai giornalisti e ci mobiliteremo con la Fnsi, scendendo in piazza il 28 aprile, per protestare contro questo scempio del diritto e attentato alla Costituzione.

Nota
Con le norme sulle intercettazioni siamo alle prove tecniche di regime. Il disegno di legge voluto dal Governo prevede il carcere per i giornalisti che danno notizia delle intercettazioni, anche ad indagini concluse. Italia dei Valori, qualora riceverà notizia e/o testi di intercettazioni leggerà quest'ultimi in aula di Camera o Senato attraverso i propri parlamentari, in modo da rendere pubbliche attraverso i resoconti stenografici tali intercettazioni. I giornalisti, riprendendole, non potranno essere incriminati secondo la legge. (www.antoniodipietro.it)

martedì 20 aprile 2010



ROMA - Il rito collettivo, come avviene ogni quattro anni quando ci sono i Mondiali (facciamo due, mettiamoci anche gli Europei), sta per compiersi. Bandiera italiana alla finestra pronta per essere agitata, tutti che si fermano per tifare azzurro. Tutti? Non proprio. C'è infatti chi se ne fregherà altamente del destino della Nazionale campione del mondo in Sudafrica. Uno di questi è Renzo Bossi, il figlio del leader della Lega Umberto, che alle ultime regionali ha preso 13 mila preferenze nella provincia di Brescia, diventando il più giovane consigliere regionale eletto in Lombardia. Bossi jr, in una intervista a Vanity Fair, parla senza mezzi termini: "No, non tifo Italia. E poi bisogna intendersi su che cosa significa essere italiano. Il tricolore, per me identifica un sentimento di cinquant'anni fa". Quanto all'Italia meridionale, non la conosce per niente non essendo "mai sceso a Sud di Roma".

RIVA POLEMICO - Non si è fatta attendere la risposta di una gloria della Nazionale azzurra come Gigi Riva, attualmente team manager azzurro: "Se non sta bene può anche andarsene dall'Italia, nessuno ne farà una malattia... E' un'affermazione stupida e grave, se inizia così in politica non va molto lontano. Forse ha voluto farsi conoscere dicendo qualcosa di clamoroso, di esaltante. Ma l'Italia viene prima di lui e resterà anche dopo di lui. La Nazionale è sempre adoperata fuori luogo". Per l'ex Rombo di tuono la maglia azzurra "è l'unica cosa che ancora unisce. La politica ha toccato il fondo. Nel 2006 la vittoria mondiale e il calcio hanno salvato il Paese. Hanno dato un'immagine positiva in tutto il mondo, cosa che la politica non ha dato". (REPUBBLICA)


In un post dello scorso anno, dopo che il soggetto in questione era riuscito al terzo tentativo a superare gli esami di maturità, affermammo che questo coglione ce lo saremo ritrovato in politica. Detto fatto. Papà Umberto gli avrà parlato chiaro :" Figlio mio tu sei a mia immagine e somiglianza, ignorante io ignorante tu. Io mi sono dovuto buttare in politica per mangiare e stare bene, la stessa cosa devo fare per te". E così è stato, 12.000 pirloni lo hanno votato e lui forte del consenso comincia a sparare cazzate, e credo che ne sentiremo ancora delle belle giusto per farci quattro risate.


La foto della tribuna VIP alla partita Lazio-Roma di domenica scorsa può sembrare innocente, una cosa da niente, invece è la dimostrazione dell'esistenza di un virus che colpisce i politici. Un morbo che infetta anche i neo eletti e che stabilisce di fatto due classi sociali in Italia: i VIP e tutti gli altri. La tribuna delle Autorità dell'Olimpico, 242 posti gestiti dalla squadra ospite e dal CONI, vedeva seduti per il derby sulle poltrone azzurre extra large i nuovi padroni del Bel Paese, per loro il vero Paese di Bengodi. VIP che hanno vinto il biglietto della Lotteria Italia, macchine blu, pensione dopo due anni e mezzo di legislatura, assenteismo libero al Parlamento italiano e a quello europeo, doppio e triplo incarico, doppio stipendio, immunità dalle leggi, voli de luxe. Tra un buffet e una bibita i VIP applaudivano i giocatori in campo ed esibivano la loro superiorità tribunizia al popolo, al volgo, come ai tempi di Cesare. Tra i molti: Renata Polverini, Paolo Bonaiuti, Clemente Mastella, Maurizio Gasparri, Francesco Rutelli, i direttori della RAI e il consigliere RAI Soderini, Fabrizio Cicchitto, Giulio Napolitano, figlio del Presidente della Repubblica. Quando si incontrano si riconoscono, si fiutano come i cani al parco. Fanno cose, vedono gente. "Ambiente simpatico e informale, i colleghi rilassati", parola del VIP Gasparri.
I simboli sono importanti, una tribuna ripiena di dipendenti pubblici che si atteggiano a padroni è la prova della nostra minorità. Il padrone è servo e colui che dovrebbe servire è diventato un arrogante parvenu. Milioni senza lavoro, decine di suicidi di disoccupati per disperazione e un Paese allo sfascio economico e morale non turbano i VIP. Sono "rilassati", non hanno un cartellino da timbrare, obblighi lavorativi, qualcuno che li controlli. Possono, con elegante metafora, fare il cazzo che gli pare e riscuotere uno stipendio favoloso. Amano atteggiarsi a statisti, stabilire nuove alleanze, indicare sconosciuti orizzonti. L'unica cosa che non fanno è lavorare, svolgere il compito per il quale sono stati eletti. Un'attività troppo plebea, loro non si mischiano con la plebe.
Io credo che sia giunta l'ora della resa dei conti, con gentilezza, senza alcuna violenza. Non si può continuare a fare finta di niente. Iniziamo da noi. Se incontriamo per strada un nostro dipendente con la scorta, o fermo al semaforo con la macchina blu e autista o all'ingresso di una partita importante o alla prima della Scala o presso uno studio televisivo o in un qualunque posto diverso dal Parlamento dove dovrebbe lavorare... in quel caso ricordiamogli garbatamente i suoi doveri nei confronti di chi gli paga lo stipendio con le trattenute delle sue tasse. Filmate il colloquio, che spero cordiale, pubblicatelo su YouTube con il tag: "Educa il nostro dipendente" e inviate una segnalazione al blog. In futuro lancerò delle fatwa democratiche attraverso dei video verso alcuni dipendenti esempio della categoria. Loro non si arrenderanno mai (ma gli conviene?). Noi neppure. (www.beppegrillo.it)

lunedì 19 aprile 2010

La frase di Berlusconi sulla mafia italiana («risulta la sesta del mondo») non è neppure di Berlusconi: è di Luca Josi, ex delfino di Bettino Craxi. A esser precisi non è neppure di Luca Josi, perché è di Giovanni Falcone. E' andata così: Falcone rilasciò una lunga intervista televisiva, nel 1992, e alla domanda «Mi può parlare della mafia più potente del mondo?» deluse la sua interlocutrice: «Mi dispiace signorina, ma purtroppo siamo solamente settimi». Neppure sesti. Poi spiegò: «Vede, il mistero è che la nostra mafia è l’unica che gode di letteratura». Come a dire che da Tomasi di Lampedusa a Mario Puzo sino alla Piovra, in effetti, non ci siamo risparmiati nulla. Josi riferì la frase a Berlusconi l'estate scorsa e l'ha replicata di recente a un incontro dell'Aspen, presente un ministro che l'ha ripetuta ancora a Berlusconi. Il quale l'ha fatta propria con l'aggiunta di una variante che però non c'entra un accidente: Saviano. La differenza è sostanziale. Gomorra è un'inchiesta coi controfiocchi che ha rivelato al mondo delle cose che neanche tanti giornalisti italiani sapevano, La Piovra è la caricatura in fiction di una mafia immaginifica che non è neppure mai esistita, ma viene replicata all'infinito per buona grazia del tafazzismo nostro e dello sciovinismo d'oltreconfine. Gomorra è molto più che letteratura, e, se Saviano lascerà la Mondadori, Berlusconi se la sarà proprio cercata. (FILIPPO FACCI - LIBERO -)
Ogni volta che va in onda il telegiornale più visto d'Italia, sulla sua pagina Facebook ufficiale impazzano critiche e insulti. Ma nella redazione del Tg1 nessuno sa niente.

Fino a qualche anno fa l'unica comunicazione possibile era quella "uno a molti": un'emittente trasmetteva un messaggio e una moltitudine di fruitori, passivamente, ricevevano. Le cose, si sa, ora sono cambiate: oggi grazie al web ogni messaggio che attraversa i media generalisti, su Internet viene poi analizzato, valutato, commentato, lodato o criticato. Al Tg1 - come delle escort a Palazzo Grazioli - di tutto ciò non se ne sono accorti. Ai tempi della direzione Riotta, quelli del tg della rete ammiraglia decisero di aprire una pagina Facebook. Niente di sconvolgente, per carità, solo una pagina dove pubblicare dei link al video all'ultima edizione del tg. Per un po' la cosa è andata avanti tranquilla, senza troppi sconquassi.

Poi, dalla scorsa estate, da quando Augusto Minzolini ha avuto in premio il timone del tg, la stessa pagina si è trasformata in un luogo d'incontro, di appuntamento della famosa platea "riceventi" che non gradiscono il tipo d'informazione del Tg1. Conta circa 6000 fan, il Tg1, ma di utenti contenti della minzo-informazione non se ne vedono. É invece tutto un muro di critiche, insulti, accuse: "Buffoniiiiiiiiiiiiiiiiiiii"; "minzolini imbroglione"; "I miei più vivi complimenti per il peggior telegiornale della storia" i commenti più moderati; "prescrizione non è assoluzione!!!" ripetono come un mantra molti altri, in riferimento alla copertura data dal Tg1 sulla sentenza Mills.

Ma possibile che a Saxa Rubra nessuno si accorga di quanto avviene on-line, che nessuno abbia mai tempo per rispondere, per chiarire l'idea di servizio pubblico che hanno al Tg1? Questa domanda se l'è posta anche un blogger degli Amici di Beppe Grillo di Milano Ovest che si è posto un obiettivo a prima vista molto semplice: chiedere alla redazione del Tg1 come rispondono alle critiche che collezionano giorno dopo giorno su Facebook. Il risultato è questo video che pubblichiamo di seguito; un video di telefonata che sembra in realtà la trasposizione su YouTube di un romanzo di Kafka. Di numero di telefono in numero di telefono, di centralino in centralino, il nostro povero blogger viene risucchiato in un vortice di "non saprei", "non so che dirle"; "le do un altro numero". Il tutto finisce con un buco nell'acqua: nessuna risposta. Eppure la domanda di blogger e "riceventi" sul piatto e qui sul web riceve nuova linfa: cosa rispondono dal Tg1 alle domande dei cittadini? La domanda, miei cari, è sospesa nel vento. Anzi, tra i corridoi di Mamma Rai. (REDAZIONE DEL FATTO QUOTIDIANO)
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Passaparola di Marco Travaglio (dal blog www.beppegrillo.it)

domenica 18 aprile 2010


Il partito dell'amore getta la maschera e si presenta per quello che è. Il ring televisivo è stato lo spazio concesso al leghista Paragone conduttore della trasmissione Ultima Parola, che all' Annozero Santoriano fa un baffo. La verità emersa dinanzi a tale squallore è che questi peones hanno lungamente dimostrato una unione di facciata, finchè Berlusconi continua ad essere proprietario delle loro carriere, ma i risentimenti interni al partito sono chiari già da tempo. Finirà a tarallucci e vino ? Forse. Certamente il Ducetto di Arcore non avrà gradito lo spettacolo, e probabilmente dopo lo ha costretto a sollevare la cornetta per la classica telefonata buona per far chiudere anche questo pollaio.

sabato 17 aprile 2010



Tempi duri per Gianfranco Fini. Nei prossimi giorni l’ex numero uno di An sarà calunniato, spiato, dossierato. I media del premier, che già in settembre avevano iniziato a sparargli contro, lo descriveranno come un malfattore, un poco di buono, forse un malato di mente, o peggio. Se poi davvero i finiani arriveranno a costituire un gruppo in parlamento, verrà bandita un'asta per convincerli, uno a uno, a desistere. Saranno offerti loro incarichi, prebende, denari. Inutile scandalizzarsi. Le cose, nell’Italia di B., vanno così. Il Cavaliere, del resto, a differenza dei suoi coriferi, sa che le ultime regionali sono andate bene per il centro-destra, ma malissimo per il Pdl. Più di due milioni di elettori hanno voltato le spalle al partito. Sono i voti degli astenuti che ora Fini spera legittimamente di recuperare, pensando pure di attingere qualcosa nel campo avverso, dove la linea del Pd, se esiste, appare ormai opposta a quella del suo elettorato.

I sondaggi parlano chiaro: il Fini moderato nei toni, ma inflessibile sui principi (dalla giustizia, ai diritti civili) piace. Anche a sinistra. Per questo il Cavaliere si prepara ad ucciderlo (politicamente). B ha bisogno di una truppa compatta perché per lui le riforme sono la (nuova) ultima spiaggia. Solo cambiando la Costituzione potrà reintrodurre una qualche immunità che lo metta per sempre al riparo dalla sua grande ossessione: i processi. L’abbraccio con la Lega (di-sposta a tutto per il federalismo) si spiega in buona parte così. Ma con un Fini forte, nemmeno Bossi e il debole Pd basteranno più. Dunque il Cavaliere olia il fucile. Dice di essere in forma. Ma ha 74 anni. E forse, per fortuna di Fini e del Paese, la sua mira non è più quella di un tempo.
(PETER GOMEZ - IL FATTO QUOTIDIANO -)

L'arena de "L'Ultima Parola"

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(CORRIERE DELLA SERA)

Padellaro : il Fatto Quotidiano è libero veramente

(VARESE NEWS)

venerdì 16 aprile 2010



Incredibile! Per Silvio Berlusconi la camorra «non è potente ma solo famosa nel mondo» anche per colpa dello scrittore Roberto Saviano.

Oggi, 16 aprile, Silvio Berlusconi, nel corso di una conferenza stampa, con il ministro dell'Interno Roberto Maroni, a Palazzo Chigi, ha rivendicato i risultati «della lotta alla criminalità organizzata», ma soprattutto ha attaccato chi «in televisione, nelle librerie» affronta il tema mafia parlandone troppo.

Berlusconi ha sottolineato che secondo i suoi dati «la mafia italiana risulterebbe essere la sesta al mondo, ma è quella più conosciuta anche per i film e le fiction che ne hanno parlato, come le serie della Piovra e in generale la letteratura, Gomorra di Roberto Saviano e tutto il resto».

Non è la prima volta che Berlusconi se la prende con chi avrebbe secondo lui fatto troppa pubblicità alla mafia.
Era accaduto lo scorso novembre quando aveva detto di voler «strozzare» chi ha fatto le serie della Piovra e chi scrive libri sulla mafia «che non ci fanno fare una bella figura».
Michele Placido, attore e commissario Cattani proprio nella Piovra, aveva giustamente ricordato al premier che «la Piovra è roba di tanti anni fa, mentre le fiction tv più recenti sulla mafia, da "Il capo dei capi" a quelle su Falcone e Borsellino, le ha fatte suo figlio (Piersilvio Berlusconi - ndr) per Mediaset. Quando Gomorra è stato scritto ed è diventato di successo internazionale, le immagini sullo scandalo immondizia e i problemi della camorra avevano già prima fatto il giro del mondo».

Probabilmente il Cavaliere preferirebbe che il nostro Bel Paese venga ricordato per le veline, troinisti e i partecipanti del Grande Fratello. Preferirebbe che libri come Gomorra o film come i "Cento Passi" non vedessero mai la luce.
Per fortuna esistono ancora persone che la pensano in maniera contraria dal nostro presidente del Consiglio, il quale non perde occasione per sfoggiare la sua sottocultura. (ANDREA DOI - NUOVASOCIETA' -)

Buon sangue non mente



Questa la prima pagina di oggi del Riformista, quotidiano cuginetto di Libero, sulla eventuale rottura tra Fini e Berlusconi.
Ieri, 15 aprile 2010, si è varcato il Rubicone della legalità. Alea iacta est. Il protagonista non è stato Giulio Cesare, ma più modestamente il duo Pdl-Pdmenoelle che si esibisce da quasi vent'anni nella distruzione della democrazia in Italia, riuscendovi peraltro benissimo. Il fiume non era il Rubicone, ma il Parlamento, la Cloaca Massima della politica italiana. La Camera ha approvato con 435 voti a favore, 21 contrari e 41 astensioni la legge salva Errani-Formigoni. La coppia stagionata dalle molte legislature di presidenza delle Regioni Emilia Romagna-Lombardia per ora è salva. La legge, che vieta la ricandidabilità dopo due mandati consecutivi, ne impediva l'elezione fino a ieri. Con il decreto ad hoc Errani e Formigoni sono riverginati, gli è stato ricucito l'imene elettorale. La legge votata dai deputati è la prova provata della ineleggibilità di Errani e Formigoni. E' una legge a posteriori per legittimare un comportamento fuori legge a priori. Il decreto salva liste è un'istigazione a leggi ex post fai da te. Hai evaso il fisco? Nessun problema, ti riunisci in salotto con i famigliari e fai un decretino ex post con uno scudo fiscale. Sei stato licenziato insieme ad altri precari? Convochi un'assemblea per approvare una legge per il reintegro immediato. Non riesci a pagare le bollette dell'acqua, della luce e del gas? Scrivi una legge ex post per un'autoriduzione del 100% e la spedisci a Equitalia con affrancatura a carico del destinatario. Calderoli dovrebbe bruciare Il Codice Civile e il Codice Penale. Sono inutili. Ogni legge si può cambiare dopo il reato. E' la semplificazione della democrazia, l'ingresso in un nuovo mondo in cui ognuno può fare il c...o che gli pare a norma di legge ex post. Il decreto salva Errani-Formigoni deve essere ancora approvato al Senato, ma è una formalità. I senatori sono persone ubbidienti. Poi dovrà firmarlo Napolitano, ma anche questa è una formalità. Il decreto però è incostituzionale e mi impegnerò per farlo decadere. Nel frattempo, mentre è in vigore, ognuno potrà farsi la sua legge, leggina, decreto, decretino ex post. Neanche gli dei possono cambiare il passato, ma i nostri politici ci riescono senza alcun problema, così come ci fottono con naturalezza il futuro. Il corruttore diventa presidente del Consiglio, il mafioso un eroe, Errani e Formigoni presidenti di Regione. La realtà ti fa schifo? La legge è contro le tue attitudini naturali di grassatore, ladro, mafioso, estorsore? Tutto questo appartiene al passato. Con la legge ex post sarai un altro uomo, forse da grande potrai fare anche il deputato. (www.beppegrillo.it)

giovedì 15 aprile 2010

E adesso la Polverini deve cominciare a sdebitarsi

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"Striscia la Notizia" ruba un imbarazzante dialogo fra Zaccheo e la neopresidente della Regione Lazio: "Non appaltare più nulla a Fazzone, ha perso 15mila voti". E poi si mette a parlare della famiglia: "Non scordarti delle mie figlie". E la presidente rassicura (REPUBBLICA)

Mamme in piazza per sostenere il sindaco che ha deciso di sospendere il pranzo ai bambini delle famiglie che non pagano la retta. Duecento genitori che scrivono annunciando che la mensa o la pagano tutti o tutti non la pagheranno. Il gesto di "saldare" le pendenze delle famiglie morose (ora sono 24 sulle 40 iniziali) fatto dall’imprenditore bresciano ha innescato proteste e una ancora più forte solidarietà al sindaco leghista di Adro Silvano Lancini, che guardacaso si chiama nello stesso identico modo del "rivoluzionario" benefattore. Segno forse che la politica dell’uno contro l’altro funziona.

Adro, 7 mila abitanti. Una sede leghista con una grande vetrata nella quale è appeso un enorme rosario. Adro, il paese in cui l’unica sala pubblica costa mille euro; così si evita di incentivare le eventuali riunioni pubbliche delle associazioni. Adro, dove il sindaco ha rinunciato al contributo regionale di oltre 50 mila euro per il bonus della casa (per tutti stranieri compresi) ma ha istituito un fondo comunale riservato soltanto per gli italiani.

Ma torniamo alla vicenda della mensa: molti bambini erano "colpevoli" di essere figli di genitori che non avevano pagato ciò che dovevano. Cifre che oscillavano dai 30 fino ad un massimo di 400 euro per un totale di ammanco di 16mila euro.

Come pensiero pasquale ai bambini vengono consegnate delle buste chiuse in cui i genitori vengono invitati a pagare. Diversamente, al rientro, ci sarebbe stato il "salto del pasto". Alcuni pagano altri no. Ma chi sono quelli che non pagano e soprattutto perché? Una domanda che l’amministrazione sembra non essersi posta. Di solito in questi casi ci sono assistenti sociali che cercano di capire le situazioni. Ad Adro no. E dunque: leghisti (magari in cassa integrazione) contro stranieri (magari pure loro in cassa integrazione). A queste latitudini sembra il mondo alla rovescia. Dove anche la Chiesa tace. Parlano magari le associazioni ma non i preti. Chi parla e cerca una soluzione è la Cgil di Brescia. Il neo-segretario Damiano Galletti crede che un sindacato debba unire anziché dividere e quindi propone, parla con il sindaco, scende in piazza cercando di fare qualcosa che serva. Qui il concetto che i bambini vengano prima di tutto sembra secondario. "Questi sono i frutti della politica di divisione della Lega. Genitori che fanno fatica a pagare la retta che anziché pretendere che il comune si occupi di loro attaccano gli altri".

I temi di cui parla la Cgil sono due e sono davvero semplici: il primo è attuare una seria valutazione di chi è in difficoltà da chi magari, invece, fa il "furbetto". Il secondo è più ampio e riguarda la sfera educativa. Considerare l’ora di pranzo (per i piccoli dell’asilo e delle elementari) inserita a pieno titolo nell’attività educativa e dunque meritevole di essere sostenuta anche dal piano economico delle istituzioni. (ELISABETTA REGUITTI - IL FATTO QUOTIDIANO -)

mercoledì 14 aprile 2010



La lettera dell’imprenditore che ha pagato la mensa dei bambini di Adro nel bresciano è un documento che racconta perfettamente la miseria di questa Italia. E la sua dignità. Di quelle amministrazioni leghiste che raccolgono messe di voti lisciando il pelo ai peggiori istinti, scrive l’anonimo cittadino, elettore di destra, come meglio non si potrebbe. Non serve aggiungere parole. Ma l’elenco delle miserie della politica, purtroppo, è molto più lungo e desolante. Perché mentre c’è chi versa diecimila euro per sanare un’infamia, altri che avrebbero potuto fare lo stesso, e anzi molto di più, dov’erano? Per esempio, i vertici del Pd impegnati in queste ore nei soliti contorcimenti verbali per giustificare l’ennesima sconfitta elettorale. Che è prima di tutto la conseguenza dell’essere spesso da un’altra parte e non nei luoghi nei quali si soffre e dove l’umanità è facoltativa.

Pensate se al comune di Adro si fosse, per dire, presentato Bersani con i soldi in mano che colpo sarebbe stato, che sferzata di energia nuova e pulita per questo partito esangue e malinconico. Non parliamo del partito dell’amore che dei bambini se ne frega altamente. Al massimo li usa come spot nei ridicoli comizi sui valori della famiglia e poi li getta via come manifesti usati. Del resto, cosa aspettarsi da governanti che (notizia d’oggi) dopo aver minacciato sfracelli per ottenere un decreto salva-liste arrivando a intimorire il capo dello Stato, poi lo fanno allegramente decadere tanto ormai ad elezioni vinte non serve più e tanti saluti.

La domanda è semplice: quanta generosità è ancora nascosta in questa Italia che possa salvarla dai politicanti indegni e dai loro sostenitori incarogniti da una propaganda rancorosa e gutturale? La barca italiana è destinata ad affondare appesantita da paura e grettezza? O a salvarla provvederanno gli anonimi di cuore che ogni giorno tirano la carretta, danno una mano, si preoccupano di chi non ha e si vergognano dell’intolleranza di chi ha troppo? Quelli che non desiderano andare a pavoneggiarsi in televisione. Quelli che riescono a scrivere parole che dopo averle lette tutti vorremmo averle pensate. O forse ci salveranno i bambini a cui è stato dato un pasto? (ANTONIO PADELLARO - IL FATTO QUOTIDIANO -)
Il direttore dell’Unità, Concita De Gregorio, commentando la sciagura aerea in cui sono morti numerosi governanti polacchi, aveva scritto una battuta macabra: «Chi troppo e chi niente». Alludeva al fatto che nel governo italiano e dintorni, invece, godono tutti di ottima salute. Purtroppo.
Guarda caso, ieri, a Linate, un aeroplano con a bordo vari politici di centrodestra ha rischiato di schiantarsi a causa di una lepre.
Cara Concita, posto che non ho nulla contro di te, da laico a laica ti consiglierei una visita da padre Amort. (VITTORIO FELTRI - IL GIORNALE -)


Questa volta non posso fare a meno di ridere di gusto all'ottima osservazione del direttore Feltri.

La (vera) battuta del giorno

"E' come il fantasma dell' opera : non si sa mai cosa fa nel sottopalco." (Andrea Camilleri su Massimo D'Alema)

martedì 13 aprile 2010

Dawkins, il divulgatore scientifico britannico va ancora all’attacco del Pontefice. E se la prende con i governi occidentali: “Dov’è il loro impegno nel trattare tutti nello stesso modo di fronte alla giustizia?” E sul Guardian intanto viene spiegato perchè non è possibile.


Richard Dawkins incalza. Dopo aver dichiarato qualche giorno fa di voler far arrestare Papa Benedetto XVI per crimini contro l’umanità e di aver chiesto a un gruppo di avvocati difensori di diritti umani di istruire un dossier per incriminare il pontefice per aver insabbiato i casi di pedofilia all’interno della Chiesa cattolica, il divulgatore scientifico britannico ateo va al contrattacco dalle colonne del Guardian.

INDIGNAZIONE ZERO - “Il Papa dovrebbe essere processato” è intitolato l’editoriale in cui cui richiede “come mai nessuno si sia sorpreso” quando lui e il saggista politico Christopher Hitchens hanno accusato pubblicamente Benedetto XVI: “Perché – si domanda l’autore dell’articolo – nessuno è sorpreso, o quantomeno scioccato, quando io e Hitchens accusiamo il Papa? L’unica cosa strana della nostra proposta è che viene da noi: dove sono stati i governi mondiali tutto questo tempo? Dov’è la loro morale? Dov’è il loro impegno a trattare tutti nello stesso modo di fronte alla legge? Il governo britannico si, lontano dalle vittime della chiesa cattolica, si prepara ad accogliere questo uomo corrotto in visita ufficiale nel Regno Unito in modo che egli possa fare da guida morale”.

RATZINGER COLPEVOLE - Spiega Dawkins, riferendosi alle passate coperture del pontefice ai casi di violenze commesse da uomini di Chiesa: “Il papa è il capo dell’istituzione nel suo complesso, ma non possiamo incolpare l’attuale capo di cosa è stato fatto prima di lui. Ma nel suo caso particolare, come Arcivescovo di Monaco e come cardinale, capo della congregazione per la Dottrina della Fede, il minimo che si può chiedere è che sia un’occasione per avere una sua risposta”. Poi attacca: “La Chiesa si nasconde dietro un flusso apparentemente infinito di scuse per aver fallito nella sua morale e l’obbligo giuridico di denunciare i reati gravi alle autorità civili competenti”.

LA LETTERA INCRIMINATA – Dawkins, nello specifico, accusa il Papa di aver coperto i reati di padre Stefano Kiesle “in nome del bene della Chiesa universale”, violenze giustificate perfino con la giovane età del sacerdote (Kiesle aveva 38 anni), ed omettendo di precisare quella delle vittime di abusi (11 e 13 anni). Dawkins riporta un passaggio della missiva in latino di Ratzinger, risalente al 1985: “Questa corte ritiene necessario, anche se le motivazioni presentate a favore di una rimozione siano gravi, considerare il bene della Chiesa universale, insieme a quello del firmatario, ed è anche in grado di fare chiarezza sul danno che la concessione della dispensa può arrecare alla comunità dei fedeli, in particolare considerando la giovane età del richiedente”.

INTERROGATIVI - “Perché la Chiesa ha permesso a Kiesle di farla franca – si legge sul Guardian - quando un ministro del governo scoperto a scrivere una lettera del genere sarebbe stato costretto immediatamente a dare le dimissioni? Un leader religioso, come il papa, non dovrebbe essere differente”.

MA E’ POSSIBILE? – Sullo stesso Guardian però Paul Behrens, docente universitario in legge all’università di Leicester spiega per quale motivo l’incriminazione per crimini contro l’umanità non è possibile; Behrens spiega che l’azione giudiziaria promossa da Geoffrey Robertson che è partito da precedenti come le atrocità commesse in Sudan, Congo e Uganda, non è praticamente attuabile: ” La Corte penale internazionale può perseguire la schiavitù sessuale come un crimine contro l’umanità, così come lo stupro e altri reati sessuali. Ma non ogni reato sessuale rientra automaticamente in quella categoria. Un altro presupposto deve essere messo in atto: i reati sessuali divengono crimini contro l’umanità se si realizzano nel ” contesto di un attacco diffuso o sistematico diretto contro una popolazione civile“. Il professore continua: “E c’è di più: l’attacco deve partire da uno ” Stato o organizzazione politica “. E anche con tutti gli orrori che i sacerdoti hanno inflitto ai bambini abusando di essi, sarebbe comunque una forzatura della realtà parlare di un progetto papale per mettere in pratica i crimini sessuali.” (www.giornalettismo.com)
La roccaforte di Mantova è caduta...Cologno Monzese, patria del centro destra è passata a sinistra... Verrano spesi fiumi di inchiostro per analizzare queste due realtà che emergono dopo i ballottaggi. Leggo poi grande preoccupazione in casa della sinistra e in casa del PD, ma poi penso che sia salutare questa bocciatura di fatto di buona parte dell'elettorato alla politica della sinistra e del PD. In "annus horribilis" di Bocca si dice: "gli italiani sono così" vanno contro i loro stessi interessi abbagliati dall'affabulatore di turno, che ieri prometteva l'impero ed oggi escort per tutti. E' chiaro che ci sono poche armi per contrastare questa illusione; ma è altrettanto vero che l'offerta della sinistra e del PD troppo spesso si riduce all' anti Berlusconismo, senza una chiara e condivisa alternativa.

Per vincere c'è bisogno di un PD forte, capace di affrontare la sfida vera delle riforme senza lo sguardo strabico di chi non ha ancora capito che siamo nel XXI secolo. Un esempio per capirci: il posto fisso inteso come nel secolo scorso è probabilmente un miraggio, ma le tutele per chi deve essere ricollocato devono essere fatte. La destra toglie i primi senza garantire i secondi, noi dobbiamo garantire i secondi (le tutele) come in ogni normale paese occidentale.
Quindi una visione riformistica che vada alla sostanza e non tuteli solo coloro che rietrano nell'art.18!

Parliamo con i giovani ascoltiamoli e diamo a loro il contributo delle nostre esperienze senza prevaricare, anche perchè i risultati di oggi sono conseguenza dei troppi distinguo di ieri. So che a qualcuno questo disturba, ma pensiamo a Prodi, l'unico in grado, due volte su due, 100%, in grado di battere Berlusconi e il centro destra. Ha governato dopo la prima vittoria per due anni travolto dalla richiesta rivoluzionaria, scomparsa con la sua caduta, delle 35 ore! Non parliamo poi della seconda esperienza e nemmeno diamo la colpa ai Mastella e ai Dini. Ma non mi interessa più di tanto il passato; io stesso sono il passato. Guardiamo al futuro ed il futuro non può che essere appannaggio dei giovani. Chiamiamoli, diamo a loro responsabilità, apriamo il cantiere del futuro. Solo così e con loro potremo finalmente entrare nel XXI secolo. (www.ladiscussione.it)


Tutto condivisibile, ma il PD è maestro nel farsi del male da solo. Davanti allo scenario di pesanti sconfitte dove sarebbe giusto immettere nel partito forze giovani e fresche, regge l'assurdo teorema che squadra che perde non si cambia !

ROMA - Ieri, parlando dal Cile, il segretario di Stato vaticano Tarcisio Bertone non ha solo annunciato nuovi provvedimenti anti-abusi dei sacerdoti. Ha anche pronunciato una frase che ha fatto insorgere le comunità gay, sia quelle locali che quelle italiane. Dopo aver detto che non c'è alcun collegamento tra la pedofilia e il celibato a cui sono sottoposti i preti, ha sostenuto che questo tipo di patologie ha invece un legame con l'omosessualità. Ed è bufera. Nello stesso giorno in cui, dalla Germania, arriva la notizia di scritte oscene trovate sulla casa natale di Benedetto XVI, in Baviera.

Le parole di Bertone. "Molti sociologi, molti psichiatri hanno dimostrato che non c'è relazione tra celibato e pedofilia - ha dichiarato il segretario di Stato - e invece molti altri hanno dimostrato, me lo hanno detto recentemente, che c'è una relazione tra omosessualità e pedofilia. Si tratta di una patologia che interessa tutte le categorie sociali, e preti in minor grado in termini percentuali". Il segretario di Stato di Benedetto XVI ha comunque ammesso che "il comportamento dei preti in questo caso, il comportamento negativo, è molto grave, è scandaloso". Bertone, che ha visitato le zone più colpite dal terremoto dello scorso 27 febbraio in Cile, ha anche insistito nel sostenere che la Chiesa non ha mai tentato di nascondere i casi di abusi o di frenare le indagini; e ha ricordato che papa Benedetto XVI ha incontrato alcune vittime, ha chiesto perdono "in ripetute occasioni" ed è disposto a continuare a farlo.

Le reazioni. Il Movimento cileno per le minoranze sessuali (Movikh) ha subito criticato le parole sull'omosessualità: "Bertone mente in modo palese ed inumano quando sostiene che ci sono studi che dimostrato l'esistenza di relazioni tra l'omosessualità e la pedofilia". Qui in Italia, il leader storico di Arcigay Aurelio Mancuso ha detto che "come sempre i cardinali stravolgono la realtà". ranco Grillini, esponente dell'Idv e leader di Gaynet, ha definito "gravissime" le affermazioni del numero due della Santa Sede. La deputata Pd Paola Concia ha espresso "indignazione: è davvero sconfortante che ancora oggi eminenti rappresentanti della Chiesa cattolica si lascino andare ad analisi così grossolane". Ancora più dura Gaylib, l'associazione omosex di centrodestra: "Il Vaticano dovrebbe chiedere perdono al mondo e alla storia presso l'assemblea generale dell'Onu". Infine i radicali, secondo cui il cardinale è stato "volgare e maldestro". (REPUBBLICA)


Chiesa sempre più vergognosamente piegata in se stessa e lontana dalla gente.