lunedì 31 agosto 2009

Con il ritardo che contraddistingue un certo tipo di opposizione, quella delle piume per intenderci, finalmente l’Italia sembra aver capito chi ha portato alla Presidenza del Consiglio. Ora che lo squalo ha fatto incetta della libera informazione, riducendola a brandelli, si accinge a sbranare i pesci più grossi che si ritenevano al sicuro.
Rai, Repubblica, The Guardian, Avvenire, El Pais, Videocracy, "Biutiful Countri" ma anche blogger, contestatori di piazza, giornalisti e presentatori, ogni volta che osano contestare la propaganda di governo, vengono fatti oggetto di repressione. Per farlo questa maggioranza utilizza tutti i mezzi messi a disposizione dalle istituzioni: forze dell’ordine, moniti alla platea di Confindustria, interruzione di finanziamenti pubblici, televisioni di Stato e parlamentari avvocati.
Non riesco neanche più a comprendere chi voglia al governo Silvio Berlusconi se non una manciata di parlamentari che temono per la loro pensione, una falange sudista alla guida di Miccichè, che lo tiene sotto scacco con il Partito del Sud, i lettori dei giornali di famiglia e qualche signora sintonizzata su Rete4, innamorata di Emilio Fede. Tolto questo folto, ma sparuto, gruppo di interessati fan, il Vaticano ed i cattolici prendono le distanze dalle festicciole rosse, il mondo degli industriali chiede continuamente interventi che non arrivano, la scuola e l’istruzione agonizzano devastate dai licenziamenti, gli operai sono da tempo senza lavoro e senza casa, gli investitori internazionali sono tutti fuggiti dal Belpaese. I vari Primi ministri lo schivano per evitare gaffe anche per uno scatto fotografico e, da ultimo, il Financial Times gli dedica una prima pagina di denigrazione, segnale che ritengo particolarmente significativo poiché indica una sola cosa: anche il mondo della finanza ha scaricato l’Italia.
Non ricordo una Presidenza del Consiglio più devastante di questa, e mai avrei immaginato che l’Italia cadesse così in basso senza accorgersene.
L’Italia è isolata e schiacciata tra Paesi con derive dittatoriali, ai quali inviamo le Frecce tricolori per real politik, dicono, e potenze economiche in forte sviluppo da cui siamo emarginati per gli scandali e le pessime scelte politiche del governo.
Comincio a pensare che se un Paese che vuole togliersi di torno un Presidente del Consiglio, con un consenso di poco superiore al 15% sul totale della popolazione con diritto al voto come ci dicono gli ultimi risultati delle europee, non è in grado di farlo attraverso le proprie leggi, allora è la democrazia ad essere debole e gli strumenti costituzionali di difesa sono lacunosi. Forse è il caso di pensare a nuovi meccanismi che, più che proteggere le istituzioni, penso all’immunità parlamentare o il lodo Alfano, proteggano i cittadini da quest’ultime.
Pubblico di seguito le 10 domande di La Repubblica ed invito i lettori a fare altrettanto sui propri blog:
1. Quando, signor presidente, ha avuto modo di conoscere Noemi Letizia? Quante volte ha avuto modo d’incontrarla e dove? Ha frequentato e frequenta altre minorenni?
2. Qual è la ragione che l’ha costretta a non dire la verità per due mesi fornendo quattro versioni diverse per la conoscenza di Noemi prima di fare due tardive ammissioni?
3. Non trova grave, per la democrazia italiana e per la sua leadership, che lei abbia ricompensato con candidature e promesse di responsabilità politiche le ragazze che la chiamano «papi»?
4. Lei si è intrattenuto con una prostituta la notte del 4 novembre 2008 e sono decine le “squillo” che, secondo le indagini della magistratura, sono state condotte nelle sue residenze. Sapeva che fossero prostitute? Se non lo sapeva, è in grado di assicurare che quegli incontri non l’abbiano resa vulnerabile, cioè ricattabile – come le registrazioni di Patrizia D’Addario e le foto di Barbara Montereale dimostrano?
5. È capitato che “voli di Stato”, senza la sua presenza a bordo, abbiano condotto nelle sue residenze le ospiti delle sue festicciole?
6. Può dirsi certo che le sue frequentazioni non abbiamo compromesso gli affari di Stato? Può rassicurare il Paese e i nostri alleati che nessuna donna, sua ospite, abbia oggi in mano armi di ricatto che ridimensionano la sua autonomia politica, interna e internazionale?
7. Le sue condotte sono in contraddizione con le sue politiche: lei oggi potrebbe ancora partecipare al Family Day o firmare una legge che punisce il cliente di una prostituta?
8. Lei ritiene di potersi ancora candidare alla presidenza della Repubblica? E, se lo esclude, ritiene che una persona che l’opinione comune considera inadatta al Quirinale, possa adempiere alla funzione di presidente del consiglio?
9. Lei ha parlato di un «progetto eversivo» che la minaccia. Può garantire di non aver usato né di voler usare intelligence e polizie contro testimoni, magistrati, giornalisti?
10. Alla luce di quanto è emerso in questi due mesi, quali sono, signor presidente, le sue condizioni di salute? (www.antoniodipietro.it)

Passaparola di Marco Travaglio (dal Blog www.beppegrillo.it)

Per una volta ci sentiamo di elogiare in pubblico Berlusconi e i suoi avvocati, infatti hanno deciso di denunciare il quotidiano Repubblica per le 10 domande che continua a rivolgere, per altro invano, al presidente medesimo. Adesso, tuttavia, debbono davvero farci sognare e non fermarsi qui.Dal servizio d’ordine berlusconiano ci attendiamo in rapida successione denunce a pioggia contro la stampa estera, querele a catinelle contro la stampa cattolica che ha osato sollevare la questione morale, il ritiro delle concessioni a quelle poche emittenti che hanno dato le notizie contestate, lo stralcio delle interrogazioni parlamentari già presentate, l’immediata cacciata, per altro già programmata, dei direttori di Rai Tre e del Tg3 che non hanno ancora rinunciato spontaneamente al libero esercizio del diritto di cronaca, contro il quale per altro è già pronta la legge cappuccio sulle intercettazioni.Da re Silvio ci aspettiamo tutto questo, aiutato magari da Bossi che ci ha fatto sapere che il vecchio amico è forse vittima di un complotto ordito dalla mafia, subito dopo si è chiuso in bagno e si è fatto una pantagruelica... risata.Un solo dubbio ci tormenta: il presidente accetterà di presentarsi in tribunale e di rispondere almeno alle domande del giudice? Magari vorrà farne qualcuna più di dieci, magari convocherà in aula il signor Letizia, grande protagonista dimenticato di questa storia, oppure vorrà sentire la signora Veronica che ha dato inizio alla vicenda e che non ha mai voluto ritrattare alcunché.Accetterà il vecchio leone di presentarsi nelle aule oppure non concederà facoltà di prova, oppure rifiuterà ogni contraddittorio magari nascondendosi dietro il dolo Alfano?Vogliamo sperare di sì, forse non ha voluto rispondere a Repubblica solo perchè gli stanno sulle scatole, forse ha riservato il suo pubblico pentimento alla processione della Perdonanza e al processo contro il quotidiano diretto da Ezio Mauro, forse in quell’aula ci stupirà tutti con effetti speciali e rassegnerà le dimissioni, smentendo tutte le nostre cattiverie di questi anni.Se fossimo in un paese semi normale, da domani tutti i giornali, anche i più distanti da Repubblica, dovrebbero impegnarsi a ripubblicare le 10 domande, tanto per far capire che a nessuno può essere concesso scherzare con l’articolo 21 della Costituzione.Probabilmente non accadrà, allora ciascuno di noi le rimetta sul suo sito, sul suo blog, dove cavolo può e vuole, persino sulla tovaglia di carta della pizzeria, ma facciamogli capire che non riuscirà mai a comperare tutto e tutti. (GIUSEPPE GIULIETTI – MICROMEGA -)

sabato 29 agosto 2009

Accappatoio Selvaggio ha chiesto un risarcimento per un milione di euro al Gruppo L'Espresso per dieci domande pubblicate su Repubblica. Il più grave tra i quesiti è stato: "Alla luce di quanto è emerso in questi due mesi, quali sono, signor presidente, le sue condizioni di salute?". Non si fanno questo tipo di domande a un vecchio signore di SETTANTAQUATTROANNI con la testa incatramata, problemi di cuore, operazioni alle spalle, che non scopa se non ha il piacere della conquista. Non si fanno queste domande. Non bisogna neppure pensarle. Berlusconi è il premier di una grande potenza, un politico di levatura mondiale, un soggetto da candidare al premio Nobel per la Pace, un marito fedele, un padre affettuoso, un implacabile persecutore della mafia, una persona incorrotta e incorruttibile, uno che sa vestirsi e parlare in pubblico, un tipo sincero fino all'autolesionismo, un nonno di altri tempi, uno che sceglie i suoi amici in base alla loro onestà e rettitudine, un amante della libera informazione ed estimatore di Biagi e Montanelli, un signore che odia i compromessi, che mantiene sempre la parola data, che si è fatto da solo grazie ai consigli di suo padre e al suo impegno incrollabile, che non ha mai evaso le tasse, che ha costruito un impero economico, che non si è mai drogato, che ha vinto tutto con il Milan, un perseguitato dalla magistratura che vuole però mantenere indipendente contro i suoi stessi interessi, uno statista con il senso dello Stato, un politico che nessuno, proprio nessuno, può ricattare, un sincero democratico antifascista, un credente, un cattolico di spiritualità profonda, un uomo che risponde a tutte le domande se sono poste con garbo, senza malizia e non sono tendenziose, già anticipatrici di un giudizio negativo che lui non si merita, un presidente operaio, costruttore, comunicatore, banchiere, elettricista, idraulico, un alfiere dell'ottimismo a ragion veduta, una persona perbene che odia la corruzione e gioca sempre pulito, un galantuomo di cui ci si può fidare, un vecchio signore a cui affidare con tranquillità le proprie figlie, un italiano lucido, di una coerenza impressionante, un campione che ci invidia tutto il mondo e, per questo, per pura malignità, l'informazione internazionale gli dedica articoli innominabili pieni di risposte e senza domande, un caro amico di statisti democratici come Gheddafi e Putin, un compagnone di Obama del quale condivide gli obiettivi, un vecchio che sfida il tempo e sembra sempre più giovane di un paio di mesi, uno che sa fare il nodo della cravatta a pallini meglio del compianto conte Nuvoletti, un personaggio sempre allegro, ottimista, vitale che racconta barzellette, un simpatico, un bell'uomo, alto il giusto, con un sorriso largo che infonde speranza, un amico fidato che si preoccupa anche del tuo loculo per starti vicino nell'eternità, un cantante da crociera e da villa Certosa, un sincero ammiratore dei talenti femminili, un unicum che un fato benigno ha donato all'Italia, un nuclearista sicuro.E adesso, querelatemi! (www.beppegrillo.it)

La ritengo la miglior battuta dell’anno quella di Bossi: “Berlusconi è nel mirino della mafia”. Incredibile ma vero. Una visione del mondo alla rovescia quella del Tex Willer leghista, una battuta da far rivoltare nella tomba le centinaia di eroi che nel mirino della criminalità ci sono finiti veramente, lasciandoci la pelle.

Eppure ascoltando i suoi vecchi discorsi (uno dei quali segnalo da You Tube), il signor Bossi sembra si sia completamente e improvvisamente ravveduto sul suo socio-compare di governo. Vorrei tranquillizzare Bossi, che in questa calda estate è riuscito a tenere banco con l’effimero occuparsi di dialetto, dell’Inno di Mameli, delle gabbie salariali e delle polemiche sulla necessità di “rimbalzare il clandestino”. Cosa, quest’ultima, che a suo figlio è riuscita meglio, per fortuna solo virtualmente, nel web.

Il sottoscritto ha una versione dei fatti leggermente differente, che vede il Presidente del Consiglio oggetto di attenzioni pericolose per l’inasprimento della legge sulla confisca dei beni ai mafiosi. Un inasprimento che rimarrà sulla carta dopo qualche strascico dovuto a procedimenti già in atto. Se da una parte infatti ci può essere stato un giro di vite, dall’altro si è di fatto tolta la possibilità che questo stesso sia efficace, grazie all’eliminazione per i magistrati del preziosissimo strumento delle intercettazioni attraverso una legge che ridurrà drasticamente la possibilità di assicurare alla giustizia i malavitosi.

Credo invece che possa anche essere realistica la versione del ricatto tramite scandali sessuali in cui Berlusconi si è comunque tuffato in qualità di “utilizzatore finale” -almeno stando alle parole del suo fido avvocato- con mani e piedi, ripetutamente. Credo inoltre che questa situazione conflittuale sia un invito amichevole a rispettare i patti stipulati con la mafia ed avviati con la nascita di Forza Italia, di cui parla anche la sentenza di condanna a 9 anni di reclusione per il reato di concorso esterno in associazione mafiosa del senatore Dell’Utri. Credo anche che questo strappo sia stato ricucito con l’assegnazione, che io ho definito “elargizione a prescindere”, di qualche miliardo al Sud, per investimenti tutti da definire, che però ha scongiurato la scissione del Partito del Sud dal Pdl. Insomma, signor Bossi, qualche scaramuccia è salutare tra simpatizzanti per ripartire con patti ben chiari per una amicizia lunga. Certo, la criminalità organizzata ha molte facce e falangi che si muovono, a volte, in modo imprevedibile, per cui non escludo che il Premier possa trovarsi in qualche situazione pericolosa, ma sono i rischi del mestiere di chi gioca col fuoco.

Ritengo comunque che, metaforicamente, il suo alleato possa dormire su due guanciali, visto che ha sempre avuto giubbotti antiproiettile delle migliori marche, dalla Mangano alla Cuffaro, fino all’ultimissimo modello: il Dell’Utri, affidabilissimo e con una garanzia di ben 9 anni !(www.antoniodipietro.it)
I nemici del Giornale si sono scatenati. Non hanno gradito gli articoli che abbiamo pubblicato ieri su Dino Boffo, direttore dell’Avvenire (quotidiano dei vescovi italiani) e capofila dei moralisti impegnati a lanciare anatemi contro Silvio Berlusconi per le sue vicende private. Sono piovute su di noi critiche aspre e in alcuni casi violente. Quel Feltri - grida scandalizzato Boffo - è un killer. Tuttavia non ha smentito una riga di quanto scritto; già, non poteva farlo, perché la notizia che lo riguarda è vera, e purtroppo per lui non è una sciocchezza irrilevante.Egli ha patteggiato nel tribunale di Terni e pagato una sanzione pecuniaria per una storiaccia di molestie alla moglie di un uomo col quale il signor direttore Savonarola aveva una relazione omosessuale. Intendiamoci. La relazione omosessuale era ed è affare suo, ma il reato per il quale ha patteggiato, ossia le molestie, non è mica tanto privato poiché trattato in un’aula di Giustizia.Detto questo, nessuno, tantomeno al Giornale, si sarebbe occupato di una cosa simile se lui, il Principe dei moralisti, non avesse fatto certe prediche dal pulpito del foglio Cei per condannare le presunte dissolutezze del Cavaliere. Adesso i cittadini sanno che il lapidatore non ha le carte in regola per lapidare alcuno.Le reazioni sgangherate registrate ieri su questo fatto (e immagino la stampa di oggi quanto strillerà) dimostrano la malafede e il doppiopesismo di tanti politici e giornalisti. Per mesi la Repubblica (e non solo) ha sbattuto in prima, seconda, terza pagina articoli zeppi di insinuazioni, intercettazioni galeotte, interviste a prostitute e amiche di prostitute: una campagna interminabile finalizzata a demolire la reputazione del presidente del Consiglio, enfatizzando le sue performance di amatore instancabile. I giornali sedicenti indipendenti e i politici progressisti hanno applaudito al gossip, talvolta alimentandolo; poi noi scopriamo che uno dei massimi censori, il numero uno di Avvenire, è un tipo che prima di parlare male di altri dovrebbe guardarsi allo specchio, e veniamo ricoperti di insulti.Craxi diceva: a brigante, brigante e mezzo. Aveva ragione. In seguito alle nostre rivelazioni la cena prevista ieri sera fra il premier e il cardinal Bertone è stata annullata per evitare strumentalizzazioni. La Cei, non senza imbarazzo, ha espresso generica e formale solidarietà a Boffo; non poteva fare diversamente. Forse non era al corrente del vizietto del suo portavoce giornalistico e, quand’anche fosse stata informata, sperava non sarebbero uscite indiscrezioni e ora, colta alla sprovvista, deveriflettere sul da farsi.Silvio Berlusconi ha diramato un comunicato nel quale si dissocia dal Giornale perché contrario alle polemiche sulla vita intima di chiunque. Ci saremmo stupiti se il premier avesse detto il contrario, e cioè che approvava la nostra iniziativa. Non c’è bisogno di rammentare che il compito di decidere in una redazione spetta al direttore il quale può essere licenziato da un momento all’altro, ma non limitato nei suoi poteri. Se sbaglia, paga; ma è libero di sbagliare. Su questo punto il contratto di lavoro non lascia margini a dubbi.Sono pronto a rispondere di quanto abbiamo pubblicato nella consapevolezza che fornire informazioni e commentarle è nostro dovere. Aggiungo che non sono affatto pentito di aver divulgato la notizia su Boffo e, in una circostanza analoga, il mio atteggiamento non cambierebbe di una virgola.
Abbiamo la certezza che questa faccenda non finirà qui. Replicheremo agli attacchi (scontati) di cui saremo oggetto, e rassicuriamo i lettori: non siamo mammole. Finché i moralisti speculeranno su ciò che succede sotto le lenzuola di altri, noi ficcheremo il naso (turandocelo) sotto le loro. (VITTORIO FELTRI – IL GIORNALE -)

venerdì 28 agosto 2009

Le 10 domande di Repubblica a Berlusconi



Roma - Il presidente del Consiglio, Silvio Berlusconi, intenta causa a Repubblica e chiede un risarcimento danni per un milione di euro al Gruppo L’Espresso, oltre a una somma da stabilire "a titolo di riparazione". Per i legali del premier, infatti, sono "diffamatorie" le ormai famose "10 domande" formulate dal quotidiano il 26 giugno scorso. La citazione in giudizio firmata il 24 agosto, riguarda anche un articolo del 6 agosto dal titolo "Berlusconi ormai ricattabile". Invitati a comparire al tribunale di Roma sono Giampiero Martinotti, autore del pezzo contestato, il direttore responsabile di Repubblica, Ezio Mauro, e il gruppo L’Espresso.
Diffamazione Quanto alle "10 domande" queste sono per i legali di Berlusconi "palesemente diffamatorie", perché "il lettore è indotto a pensare che la proposizione formulata non sia interrogativa, bensì affermativa ed è spinto a recepire come circostanze vere, realtà di fatto inesistenti".
La replica Secca la replica del direttore di Repubblica, in un editoriale in prima pagina dal titolo: "Insabbiare". Mauro scrive: "Non potendo rispondere, se non con la menzogna, Silvio Berlusconi ha deciso di portare in tribunale le dieci domande di Repubblica, insabbiando così - almeno in Italia - la pubblica vergogna di comportamenti privati che sono al centro di uno scandalo internazionale e lo perseguitano politicamente. È la prima volta, nella memoria di un Paese libero, che un uomo politico fa causa alle domande che gli vengono rivolte".
Ghedini: "Altre querele" E il presidente del Consiglio sta avviando una serie di azioni legali contro media in Italia e all’estero per casi di diffamazione nella copertura di fatti legati alla sua vita privata. Lo ha detto il suo avvocato. Niccolò Ghedini, avvocato del premier, ha detto che sono già state avviate azioni legali in Italia, Francia e Spagna e di aver dato mandato agli avvocati in Gran Bretagna di studiare azioni analoghe. In particolare, le azioni legali di Berlusconi riguardano il settimanale francese Le Nouvel Observateur, per un articolo dal titolo "Sesso, Potere e Bugie", e il quotidiano spagnolo El Pais per aver pubblicato le foto degli ospiti del premier a Villa Certosa.
Franceschini: "Denunci tutti" Il segretario del Partito democratico Dario Franceschini ha telefonato al direttore di Repubblica per esprimergli "la solidarietà di tutto il Pd e sua personale davanti all’incredibile azione giudiziaria del premier contro il suo giornale". Né da notizia una nota dell’ufficio stampa del Pd. "È chiaro - ha dichiarato Franceschini - che ci troviamo di fronte a una indegna strategia di intimidazione nei confronti di un singolo giornale, dell’opposizione e di chiunque difenda i principi di un paese libero che non ha precedenti in nessuna democrazia e che è anche un segno di paura e di declino. Il presidente del Consiglio non denunci solo Repubblica, ci denunci tutti. Ribadisco - prosegue - che settembre dovrà essere il mese di una grande mobilitazione, al di là dei colori politici, per la difesa della libertà di stampa e del diritto all’informazione". Sulla stessa linea lo sfidante per la poltrona di segretario Bersani. (LA REDAZIONE - IL GIORNALE -)
Interrompo per un attimo il silenzio impostomi solo per rilanciare un' idea di Beppe Grillo. Se il premier vuole fare causa a tutti per 1.000.000,00 di euro non sarebbe più "sportivo" depositare prima la cifra richiesta ? Stessa cosa facciano i querelati, poi a fine processo chi dovesse vincere intasca la somma dell'altro.
Leggo sulla prima pagina del Giornale che Feltri attacca Dino Boffo direttore di Avvenire, pubblicando una sentenza con l’unico scopo di sputtanarlo: omosessuale e molestatore della moglie del suo amante. Meraviglioso il dispositivo giustificatorio, approntato dall’anziano (per testa, non per età) neo direttore di via Negri. Siccome Avvenire ha attaccato il Cavaliere, noi adesso lo massacriamo, così impara. Sembra di sentire quella canzone in cui Lillo e Greg si fingevano naziskin all’amatriciana e cantavano con il manganello di plastica in mano: “E noi a Gino lo menamo/ lo menamo lo menamo/ pampà…”. A lui – dice Feltri - rovistare nei fatti personali fa schifo. Però è costretto a farlo purtroppo, poverino.E’ così fragile questa pallida foglia di fico da moralizzatore-inzaccheratore-castigatore, che pare un brutto scherzo. Invece è tutto vero. Ovviamente, avendo rassegnato da pochi giorni le dimissioni da quel giornale, tiro - se non altro per fatto personale - un sospiro di sollievo. Ma sono, ovviamente, solidale con i miei colleghi rimasti ostaggio della linea mettinculista, e dispiaciuti per il fatto che siano costretti a fronteggiare il cattivismo mannaro del nuovo corso “feltrusconiano” (come lo definisce Dagospia), con licenza di uccidere tutti i nemici del capo, a partire da quei pretacci bolscevichi (i prelati di Ratzinger!) e dei loro giornali che si permettono di difendere gli extracomunitari. C’è qualcosa di surreale, negli articoli del giornale in questi giorni: le telescriventi di De Benedetti del 1991, la sentenza di Boffo per un fatto del 2002… Non è l’Almanacco del giorno dopo, insomma, ma un fenomeno nuovo, il primo quotidiano del secolo prima (Aspettiamo trepidanti nuove rivelazioni sul caso Montesi).Ma c’è di più. In questa estate, ben due direttori di area di centrodestra hanno lasciato i loro posti, sia pure in modo diverso, perché non hanno sposato questa linea disperata, il Muoia-Sansone-ma-con-tutti-i filistei, il vendetta-tremenda-vendetta, il big stick, il grande bastone da abbattere sulle teste del "nemico". Come molti sanno, nelle redazioni di questi giornali e delle testate vicine al centrodestra, circola da mesi un mandato particolare che nessuno, per fortuna, ha ancora voluto (o potuto) portare a termine: quello di colpire Ezio Mauro e la sua attuale compagna. Sarebbe la vendetta finale di Papi, quella che fa il paio con la denuncia presentata dal Cavaliere contro le domande (avete letto bene, "le domande", del quotidiano di piazza Indipendenza). Adesso: per quanto molti antiberlusconiani siano convinti che tutti i giornalisti di destra siano dei prezzolati e dei pennivendoli, non è e non non sarà mai così. Di più: considero una fatto di grande civiltà che molti colleghi - anche molti che sono solidamente su posizioni di centrodestra - non condividano una virgola della campagna occhio-per-occhio di Feltri, perché la considerano aliena ai principi del giornalismo (anche di quello schierato) e sostanzialmente truce. Però attenzione, gli obiettivi originari erano almeno quattro: la Chiesa, l’Opposizione, l’editore progressista e il direttore di piazza Indipendenza. Se nei prossimi giorni non troverete questo articolo sulla moglie di Ezio Mauro sulle pagine del Giornale, dovrete fare un po’ di conto, e capire che se non c’è è per un solo motivo: perché qualcuno si è rifiutato di scriverlo. Sarebbe molto bello, dopotutto, se l’anziano (di testa, non di anagrafe) cavallerizzo di via Negri, questa, e altre polpette al cianuro, fosse costretto a cucinarsele da solo.
P.s. Non avrei mai pensato, un giorno, di trovarmi solidale, sui temi dei diritti dei gay con Dino Boffo e con i Vescovi. E’ una di quelle cose belle che possono accadere nei tempi sbandati. (LUCA TELESE – L’ANTEFATTO -)

giovedì 27 agosto 2009

Lungamente sospirato, arrivò in un pomeriggio d’agosto all’altare della sinistra perduta, la Sposa del Partito Democratico, al secolo Gianfranco Fini. Due ali di folla che si allargano per far passare il Presidente della Camera con il suo velo invisibile che suscita tra i compagni commossi invisibili lanci di riso. Un tifo caloroso in platea dopo giorni di marcia nuziale su la Repubblica e le sue sorelle, in attesa euforica del Convertito, salutato come antifascista, anticlericale ma soprattutto antiberlusconiano. Poi la Sposa firma autografi ai compagni e si ferma a parlare con loro, come evita di fare negli incontri con il Popolo della libertà. Articolesse di elogi, attestati di ammirazione e fiumi di paragoni in suo onore con l’Orco feroce Umberto Bossi, con l’Assatanato Silvio Berlusconi, e con i sette nani del suo vecchio partito, i suoi luogotenenti costretti a un’indecorosa difesa del cadavere, la destra buonanima. Loro le bestie, lui la Vergine Rifatta, venuta a Genova, città tremenda per chi viene dal Msi, a miracol mostrare. Un tifo della madonna per la nuova sposa che non ha tradito le premesse, limitandosi a tradire i suoi elettori e il suo passato anche più recente. Stimolato da Mario Orfeo, nuovo direttore del Tg2, a lui assai caro e non a caso venuto da la Repubblica e da sinistra, Fini ha parlato da prete progressista della legge Bossi-Fini, quel suo omonimo bestiale e razzista di qualche anno fa. Poi ha parlato da laicista progressista del testamento biologico, con implicito disprezzo della pessima accozzaglia cattolico-conservatrice-tradizionalista che fino a pochi anni fa un suo omonimo cercava di rappresentare. Infine ha parlato da leader della sinistra soffusa contro la Lega, Berlusconi e la destra italiana. Con toni misurati, come s’addice al personaggio. Ma a Genova Fini ha perfezionato il suo lungo viaggio da Almirante a ET, l’extraterrestre. Non lasciamoci trasportare dall’euforia dei compagni, ricomponiamoci. Dunque, per cominciare, Fini ha fatto bene ad andare alla festa del Partito Democratico. È il presidente del Parlamento, ha un ruolo bipartisan e non può seguire la decisione, discutibile, di Berlusconi e del suo governo di disertare la festa perché i democratici hanno perfidamente alluso ai suoi festini. Fini ha fatto bene ad andarci, come farà bene ad andarci l’altra figura istituzionale, Schifani. Ha fatto bene Fini a mazzolare alcune posizioni radicali della Lega, l’infelice battuta - poi rientrata - sul ripensamento del Concordato con la Chiesa, insomma alcune cadute nel rozzismo. Fa bene Fini a difendere l’unità d’Italia, anche se lo fa in modo assai più moscio di Napolitano e Ciampi, con cadute nell’internazionalismo catto-progressista. E fa bene, dal suo punto di vista, a smarcarsi da posizioni di partito, fa bene a dialogare... Però che volete, a me fa qualche impressione vederlo ridotto al ruolo di Cristoforo Colombo della sinistra, scopritore genovese di un Partito che non c’è più. E mi fa impressione pensare che pochi anni fa parlai pubblicamente assieme a Fini proprio lì, a Genova, in quei luoghi precisi dove è riapparso dopo il lifting mentale. Era una festa di Alleanza nazionale e quel Fini lì mi scavalcò, come era ovvio, a destra. Sui temi classici della destra, immigrazione inclusa. O magari sulla legge anti droga, che Fini firmò con Giovanardi; ma evidentemente Giovanardi falsificò la sua firma, perché lui ora dice cose opposte. E così vale per il presidenzialismo, che piaceva da matti a Fini e alla sua destra, fino a pochi anni fa: ma ora il decisionismo è sparito e quel che conta per il Fini bis è il Parlamento.
Fa impressione incontrare uno che gli somiglia tanto, persino con lo stesso cognome, che ora ti scavalca a sinistra e dice cose opposte a quelle che diceva, non da ragazzo, non da missino, ma da leader della destra moderna italiana del terzo millennio. Era vice di Berlusconi all’epoca in cui parlammo insieme al pubblico di Genova; ora ha fatto carriera e fa il vice di Napolitano o il fratello maggiore di Franceschini che è la sua versione parrocchiale, un Fini minore che ha studiato dalle monache.Sono contento che la sinistra abbia finalmente trovato un leader su cui non si divide ma che elogia compatta. È un buon auspicio per le primarie. Fino a ieri ero convinto che Pdl volesse dire semplicemente Partito del Leader, inteso come Berlusconi; e Pd volesse invece dire Partito del, ma non si sapeva di che cosa. Ora finalmente viaggia in Pdf, come Partito di Fini. Sono contento per loro, anche se le posizioni di Fini non sono nemmeno di sinistra, sono neutre come il sapone dei bambini; forse terziste, cerchiobottiste, e approdano nella terra di nessuno. Ma sono contento per la sinistra che ha trovato finalmente un leader con cui condivide l’assenza di idee. Meno contento sono per la destra, lo dico ormai da turista curioso e disinteressato. Ecco, vorrei chiedervi: chi è il leader della destra oggi in Italia? Non riesco a trovare una risposta. Mi arrampico e deliro: Ratzinger? Calderoli? Arisa? Non so, non mi sovviene nessun leader della destra, nuova, vecchia, surgelata. Intanto, auguri a Fini l’astronauta per il suo lungo viaggio verso Marte. Come i fascisti di una celebre satira di Corrado Guzzanti... (MARCELLO VENEZIANI – IL GIORNALE -)
L'evento della Perdonanza all'Aquila sarà celebrato quest'anno in onore di Accappatoio Selvaggio, del suo ritorno in seno a Santa Madre Chiesa. La Perdonanza si tiene ogni 28 e 29 agosto in ricordo dell'elezione a papa nel 1294 di Celestino V , che concesse l'indulgenza plenaria a tutti i confessati che avessero visitato la Basilica di Collemaggio.L'indulgenza celestiniana sarà estesa allo psiconano durante la cena della Perdonanza. L'assoluzione da ogni peccato sarà opera del cardinal Bertone in persona con l'assistenza del vescovo dell'Aquila, Giuseppe Molinari, e degli undici vescovi dell'Abruzzo e del Molise. Bertone impartirà l'indulgenza plenaria all'utilizzatore finale sotto gli occhioni attenti del ministro delle Pari Opportunità Mara Carfagna, mentre il sottosegretario alla presidenza del Consiglio Gianni Letta e il ministro per l'Attuazione del Programma Gianfranco Rotondi assisteranno commossi. I terremotati aquilani non sono stati invitati dall'arcidiocesi, ma a loro sarà riservato un minuto di raccoglimento dopo l'aperitivo.Prima del rito serale del Perdono, la giornata verrà consacrata dal corteo della Bolla, formato da duecento figuranti del PDL, diretto alla Basilica di Santa Maria di Collemaggio che ospita i resti mortali di Celestino V. Alla testa della processione sono attese la Carfagna nel ruolo della Dama della Bolla, insieme alle ancelle ministre Gelmini e Brambilla. Nel ruolo di Maria Maddalena, in veste ufficiosa, sarà presente Patrizia D'Addario insieme a molte utilizzate finali. Nelle vesti del Giovin Signore con in mano il tradizionale ramo d'ulivo è atteso Topo Gigio Veltroni che ha dato la sua adesione nonostante i numerosi impegni contro la mafia e il conflitto di interessi.Al termine della cena lo psiconano farà dono alla comunità dell'Aquila del lettone di Putin che, dopo essere stato asperso con acqua benedetta, sarà ribattezzato: "Lettone di Papi" e posto in pubblica piazza. Chiunque dopo averlo usato per pratiche adultere, contro natura, illecite o proibite dall'insegnamento cattolico potrà, in cambio di una legge sul testamento biologico, dell'otto per mille alla Chiesa, dei finanziamenti alle scuole cattoliche, del non riconoscimento delle coppie di fatto, del mantenimento del Concordato e dei Patti Lateranensi, dell'abolizione dell'aborto, ottenere l'indulgenza celestiniana e continuare a fare il porco. Ora pro nobis. Amen. (www.beppegrillo.it)

mercoledì 26 agosto 2009

Va bene. "Time" non attacca soltanto il nostro presidente del Consiglio dei ministri, ma attacca anche la stampa italiana. Sostiene che in Italia i giornali sono scritti e stampati per un numero esiguo di persone, una lobby di potenti. Che il linguaggio è per loro. Che i giornalisti non sono mai indipendenti perché lavorano in gruppi editoriali che hanno interessi concreti in settori che stanno al di fuori dell'editoria (ovvero che non esistono gli editori puri), e che soprattutto i giornalisti hanno bisogno di fare i primi della classe e sfoderare la grande scrittura per dimostrare di essere bravi. La sintesi dell'articolo di "Time" è all'incirca questa. Tra l'altro si fa l'elogio delle free press che con pochissimi mezzi e molta competenza riescono a mettere sui loro giornali notizie più importanti e più interessanti.Va bene. "Time" ha ragione, ma nessun giornale italiano ha ripreso questo articolo. Eccetto "Il Sole 24 Ore". Chiaro segno di un fatto: i giornalisti italiani si sono irritati. Pronti a celebrare la stampa straniera e in particolar modo quella americana quando assai giustamente mette in ridicolo un paese dove le escort parlano come Jean Paul Sartre, ma distrattissimi quando qualcuno spiega che i giornali italiani non sono meglio del resto del paese: spesso faziosi, pronti a schierarsi ad di là di qualsiasi etica della notizia, settari, disinteressati quasi completamente alle esigenze di informazione dei lettori e delle persone comuni.Il protagonismo giornalistico in Italia è diventato pressoché patologico, in televisione come nella carta stampata. In questa rubrica questi temi sono stati affrontati moltissime volte. I temi di una stampa che arranca, che non ha più un'identità vera, che purtroppo difetta di competenza e di umiltà. Lo sappiamo, ma nessuno dice nulla. Sappiamo che la vecchia classe dirigente giornalistica non è stata sostituita da una nuova, sappiamo che ancora i criteri di assunzione nei giornali sono per cooptazione. Sappiamo che è difficilissimo per i più giovani, che spesso sono anche i più bravi e i più duttili, oltre che i più moderni, entrare nei giornali per meriti personali, curriculum e capacità. Sappiamo che i paradigmi nei giornali sono vecchi di quarant'anni, ma sappiamo anche quanto gli editori tengano i loro giornali non come una scommessa imprenditoriale, ma soltanto come una leva di potere.Il risultato è sotto gli occhi di tutti: i giornalisti più giovani e originali vengono invecchiati rapidamente, con un processo artificiale ed efficace, perché non abbiano nulla di diverso e di sorprendente rispetto ai loro fratelli maggiori. E chi fa materialmente i giornali risponde a logiche vecchie che non interessano più i lettori. Perché il punto è proprio questo. I lettori non ci sono più. E i giornali girano a vuoto. "Time" ha ragione, ma in Italia l'autocritica non la fa nessuno. Solo esibizionismo, pressapochismo, poca preparazione, narcisismo ovunque. Quando riusciremo a invertire la tendenza? (ROBERTO COTRONEO - L'UNITA' -)
Il ministro Frattini è il volto dell'ipocrisia, il volto e la rappresentazione di quell'Italia intollerante e razzista che preferisce mandare a morte i migranti pur di mostrare il volto feroce della supposta fermezza. Poi di fronte alla tragedia annunciata si arrampica sugli specchi bagnati dal sangue degli innocenti per addossare colpe a chi proprio non ne ha: l'Europa. Strano modo di fare, visto che Frattini è stato in Europa fino a ieri e con questa su uscita certifica la nullità e l'incosistenza dell'azione politica italiana. D'altro canto milioni di migranti lavorano e vivono nei paesi europei e non sono certo le poche migliaia che arrivano con le carrette del mare a fare la differenza. Ed è inoltre singolare che i campioni dell'anti europeismo come Tremonti e la Lega, ora si appellino all'Europa, non sapendo che pesci pigliare, visto che le leggi razziali da loro imposte impediscono di fatto ogni soccorso per non incappare nei rigori della legge che fa dei clandestini dei criminali.
Le carceri scoppiano, ma nessuno a partire dall'effimero Maroni si è mai preoccupato delle condizioni di vita dei carcerati. Sembra che per loro, il carcerato, il migrante sia un vuoto a perdere, da ammassare come certi allevamenti di galline in batteria, oggi fuori legge. Qualcuno potrebbe dirmi che nemmeno c'è rispetto per tutti i cittadini; la realtà è diversa in quanto tra leggi ad personam e amenità varie in carcere ci va quello che ruba una mela o partecipa a una manifestazione (di sinistra). I colletti bianchi, gli imprenditori bancarottieri, per finire in carcere, devono essere veramente sfigati. Questa è l'Italia di oggi, un paese senza più schiena dorsale come il 90% dell'informazione, governata da personaggi che 30 anni fa, al massimo, avrebbero animato le feste di paese. (LA DISCUSSIONE)

martedì 25 agosto 2009

Il palazzo è chiuso per ferie, ma le polemiche sono apertissime e vengono nutrite anche artificialmente dai soliti argomenti, alcuni fragili e alcuni capziosi. I radicali e la sinistra più o meno spinta sono furibondi perché il premier si reca in Libia a testimoniare l’amicizia dell’Italia con Gheddafi, portandosi appresso le Frecce Tricolori, vanto aeronautico nazionale. Non perdonano al governo di mantenere rapporti diplomatici con una dittatura e in qualche modo di sostenerla e legittimarla.
Hanno ragione o torto? Diciamo che non sono coerenti. Il nostro Paese, come quasi tutti in questo campo, ha sempre fatto buon viso a cattivo gioco per questioni di sopravvivenza e convenienza. Indimenticabili le visite a Roma, con fanfare e tappeti rossi srotolati per dovere d’accoglienza, del terrorista Arafat inseparabile dalla sua pistola, e di Gorbaciov, capo supremo dell’Unione Sovietica in stato preagonico ma ancora spietatamente comunista, al quale fu riservato un trattamento improntato a mero servilismo.
Sono soltanto esempi cui se ne potrebbero aggiungere decine. Questo per dire che non siamo nuovi a certi flirt con personaggi perlomeno discutibili. Eppure stavolta, contrariamente a quanto avveniva in passato, i progressisti si irrigidiscono e protestano perché Berlusconi fa quello che un tempo era considerato normale e addirittura lodevole fare: ossia rendere omaggio, magari chiudendo un occhio, a un leader poco raccomandabile.
Essi dimenticano gli obblighi imposti dalla realpolitik. Anzi, fingono di dimenticarli per aggredire l’esecutivo. Si dà il caso che la Libia sia tra i nostri principali fornitori di petrolio (immagine utile anche ai compagni per campare da signori) e abbia recentemente stretto un patto con Berlusconi e Maroni impegnandosi, in cambio di molto denaro, a contrastare lo sbarco dei migranti a Lampedusa.
Chiunque capisce che la collaborazione con il Colonnello, piaccia o no, è indispensabile; quindi non ci è consentito assumere atteggiamenti ostili verso di lui che possano compromettere il «contratto». O si vuole mandare tutto all’aria e ricominciare col traffico delle carrette galleggianti che scaricano migliaia di clandestini sul nostro territorio?
Forse è proprio questo l’obiettivo dell’opposizione allo sbando e incapace di riorganizzarsi. Basta vedere quanto sta accadendo nel Pd. Il quale, dopo aver criticato in ogni maniera il Pdl per abuso di sondaggi, ora non muove un dito senza consultare un’agenzia demoscopica, con risultati spesso comici. L’ultima barzelletta riguarda i pretendenti alla segreteria democratica. Bersani esibisce con orgoglio dati che lo danno largamente in testa, maggioranza assoluta delle preferenze. E Franceschini, anziché rassegnarsi o tentare di ribaltare a suo favore la situazione, mostra altri dati secondo cui egli, pur con meno voti potenziali, godrebbe di maggior credibilità nella base.
Il terzo incomodo, Marino, nonostante ciò non si ritira dalla competizione. D’altronde non si è ritirato quando Giuliano Ferrara, sul Foglio, ha pubblicato i documenti che provano la cresta fatta sulle spese dal chirurgo passato alla politica, figuriamoci se abbandona adesso davanti alla crudele verità della scienza statistica.
E che dire della ex festa dell’Unità, oggi anonima, in svolgimento a Genova? I lettori avranno notato le fotografie (pubblicate dal Giornale) delle sale semivuote dove i democratici dovrebbero dibattere in vista del congresso. Rivelano l’indifferenza degli iscritti al partito privo di idee, senza una linea, a corto di proposte che non riguardino le vicende private degli avversari.
C’è più gente alle feste a Palazzo Grazioli che alla festa del giornale fondato da Gramsci. E il direttore dell’organo di stampa, Concita De Gregorio, si adegua; domenica ha dedicato le otto pagine iniziali, inclusa la copertina dove campeggiava un pallone, alla ripresa del campionato di calcio; e ieri ha rifilato questo titolo ai compagni: «Paperone per caso», riferito al vincitore del Superenalotto.
È la sinistra, bellezza; la radiografia da cui si evince lo stato di salute (precario) del Pd. La lastra documenta l’esattezza della diagnosi emessa dal più credibile dei candidati segretari, che è poi il segretario provvisorio, cioè Dario Franceschini, il quale sconsolato ha diramato la seguente dichiarazione: «Chi vota noi non sa cosa vota».
È in agguato la morte cerebrale. (VITTORIO FELTRI – IL GIORNALE -)

Grillo 168 (www.beppegrillo.it)

lunedì 24 agosto 2009

“La colpa dei mali del Paese non è tutta di Silvio..”. Bravo Veltroni, e fin qui ci siamo, ma l’accenno di buonsenso sciama nel prosieguo: “..ma anche di dirigenti del Pd e di Di Pietro”. Mi aspettavo ci mettesse anche Grillo, nel suo ultimo colpo di coda, l’ex-Veltroni riformista. Ed invece no: Beppe è stato graziato dallo scaricabarile.
Signor Veltroni, il governo Silvio Berlusconi IV esiste grazie alla sua stretta di mano privata in odor d’inciucio a cui seguì la caduta del governo Prodi; è passato, prima del suo sacrifico, per i governi D’Alema, che non hanno mai messo in discussione il gigantesco conflitto di interessi dell’attuale Premier; è stato coltivato da una ingenua logica possibilista confusa con il dialogo politico, goffamente predicato con l’etichetta del suo riformismo e boicottato dai suoi stessi colleghi di partito.
Purtroppo il governo Berlusconi esiste, ed esisterà, perché il sistema d’informazione italiano si ostina a propagandare o quest'uomo o un’alternativa a quest’uomo inesistente, dilaniata da bassezze e guerre intestine, incapace di offrire una visione del futuro, che nicchia una volta verso Cuffaro e l’altra verso Galan.
Signor Veltroni, ex-riformista, chiuda gli occhi ed immagini un Parlamento senza Italia dei Valori: non vede anche lei un unico grande partitone, in contrapposizione sì, ma armoniosa, che ora si bacchetta, ora si lusinga in un immobilismo che dura già da cinquant’anni e ne durerà altrettanti? Io sì, lo vedo, e tutti i giorni vorrei un Paese diverso, senza gli illusi e collusi di quel partitone.
Ed ero convinto lo vedesse anche lei quando ci accordammo in vista delle elezioni, perché ricordo bene che, in presenza dei rispettivi testimoni, le sottolineai che Italia dei Valori avrebbe condotto un’opposizione decisa e severa contro eventuali porcate degli avversari. Anche lei, signor Veltroni, quando era riformista, fu d’accordo su questa posizione, ed in virtù della comune visione accettammo di unirci in coalizione.
Gli avversari mantennero le aspettative tuffandosi da subito nell'officina delle leggi porcata; Italia dei Valori mantenne la parola di fare opposizione, che divenne l’unica; lei fece la parte dell’agnello sacrificale. (www.antoniodipietro.it)

Passaparola di Marco Travaglio (dal Blog www.beppegrillo.it)


LONDRA - La nuova edizione del libro "Tendenza Veronica" di Maria Latella, ritratto della ex moglie di Berlusconi e cronaca della loro relazione tormentata, non è sfuggito alla stampa inglese. Il Times pubblica oggi un ampio articolo sull'uscita del libro, mercoledì prossimo, puntando sui consigli al presidente di "entrare in una clinica per sex-addicted". A cinque anni dalla prima edizione, Latella inserisce nel libro gli ultimi capitoli della saga familiare Berlusconi-Lario, e il Times è colpito da quello che Veronica Lario racconta alla giornalista e aveva di fatto scritto nella lettera su Repubblica dello scorso maggio, che diede il via alle inchieste sulle bugie del Presidente del consiglio. "Alcuni membri del circolo più ristretto di Berlusconi consigliano alla coppia di separarsi formalmente - dice Latella nel libro - e Veronica Lario sarebbe stata disposta ad "aiutarlo a ritrovare se stesso... anche con un soggiorno in una di quelle cliniche specializzate nella cura delle dipendenze sessuali". "Ma questo scenario - anticipa il Times del libro della giornalista del Corriere della Sera - è cambiato completamente da allora e molto dipenderà da quanto la stampa - soprattutto all'estero - continuerà ad essere attratta dalle notizie sulla vita privata di Berlusconi". (REPUBBLICA)

sabato 22 agosto 2009

L’idea di Fassino coalizzarsi con il Pdl in Veneto alle regionali mina ulteriormente la credibilità del suo partito, seppur conferma la linea d’opposizione altalenante e filogovernativa che i suoi colleghi dirigenti hanno sempre preferito ma che il suo stesso elettorato non gradisce.
Con cosa e con chi pensa di allearsi il Pd di Fassino in Veneto?
Dietro la faccia di Galan, di cui non condivido moltissime scelte politiche adottate per la sua regione, dall’ampliamento della base Dal Molin di Vicenza alla disponibilità al collocamento di ipotetiche centrali nucleari sul territorio, passando per la scarsa assistenza al tessuto economico regionale che ha favorito la fuga di attività produttive in Romania, si nasconde l’arroganza del Presidente del Consiglio.
All’ombra del Pdl crescono due tipi di muffe: coloro che hanno il ruolo di compiacere e servire il proprio capo-padrone e gli esecutori fedeli privi di iniziativa, cui spetta il solo compito di estendere sul territorio le politiche romane. I secondi sono accuratamente piazzati a governare le regioni “occupate”: dall’Abruzzo alla Sardegna, dalla Sicilia al Veneto.
Le coalizioni però si fanno sul programma. I patti con il diavolo, invece, si stringono a scatola chiusa pur di conseguire vantaggi personali. E mentre le prime portano verso il futuro, i secondi conducono su una strada senza vie di uscita.
A quale Veneto del futuro aspira dunque il Pd? Quello delle centrali nucleari, della militarizzazione della regione, dell’odio razziale?
L’opposizione, quella mascherata e compiacente verso questo governo, non è mai vincente. Con questa strategia il Pd non va da nessuna parte anche perché non pone il cittadino al centro delle proprie scelte, ma mostra semmai il vero volto di quella dirigenza castale che, ad oggi, ha prodotto il 50% di astensionismo alle urne. Vale inoltre una vecchia regola: tra l'originale e la brutta copia, se proprio si deve scegliere, meglio l'originale, cioè il Pdl. (www.antoniodipietro.it)
LONDRA - La cosa più gentile che gli hanno detto è "tappetto". Per 15 minuti in Mock the week uno degli show di punta di Bbc 2, ieri in prima serata, sei comici inglesi sono andati avanti a dirne di tutti i colori su Berlusconi, concentrandosi sulle sue simpatie per le ragazze giovani. Un esempio: "Le temperature saranno domani tra i 16 e i 24, non sono ragazze, inutile che Berlusconi si precipiti qui". Quale sia la stima che all'estero hanno del nostro presidente del consiglio lo mostra bene però la gag costruita per prendere in giro Gordon Brown. Il premier britannico viene doppiato mentre saluta i leader europei che arrivano a un incontro. A tutti chiede: "Per favore, potresti fare una dichiarazione in cui dici che sto facendo molto bene in campo economico?". Quando però vede Berlusconi gli fanno dire: "Tu non dire niente, è meglio" e a Berlusconi, che ha dei fogli in mano, fanno dire: "Ecco vedi, la festa è già organizzata. Tu chi vuoi? Una ragazza, o un ragazzo? Puoi scegliere, ce n'è per tutti". Il canadese National Post analizza i tanti scandali in cui Berlusconi è coinvolto e ricorda come già nel 1986 fu intercettata una telefonata in cui il Cavaliere parlava di ragazze di Drive in, la trasmissione di cabaret in voga in quegli anni, che sarebbero dovute intervenire a una festa con Craxi. Secondo il quotidiano, gli italiani sono in qualche modo assuefatti alle malefatte dei politici e il nostro Paese è "un'anomalia che va avanti da molti anni in Europa". L'agenzia di stampa spagnola Efe riferisce invece della vacanza sarda di Noemi Letizia, sottolineando che la ragazza è in effetti a poca distanza da Villa Certosa. Per la rivista Mediterraneo, sempre spagnola, "Berlusconi deve essere infuriato" per lo sbarco di Noemi Letizia in Sardegna, proprio ora che "aveva iniziato a tirare un respiro di sollievo" perché le luci dei riflettori sul suo scandalo cominciavano a spegnersi. La rivista ipotizza che la presenza della ragazza non sia casuale, anche se "Berlusconi non si fa vedere e sembra l'abbia inghiottito la terra".
La Montreal Gazette, canadese, dà invece notizia del libro che Patrizia D'Addario ha intenzione di scrivere, sottolineando che mentre Repubblica e il Corriere della Sera hanno dato notizia delle sue rivelazioni, le televisioni di Berlusconi e la Rai "hanno a malapena trattato l'argomento". (REPUBBLICA)

venerdì 21 agosto 2009

Il presidente del Consiglio sputa nel piatto dove mangia e dichiara che "vorrebbe passare alla storia come uomo che ha sconfitto la mafia". Ma questo, oltre ad essere un chiaro e singolare conflitto di interessi, e' anche una presa per i fondelli degli italiani e dei veri eroi della lotta alla mafia, uomini del calibro di Falcone e Borsellino.
Come intende sconfiggere la mafia Silvio Berlusconi allevandola in casa? Prendendone il controllo dall’interno? Invitando alle sue solite cene private i vari Provenzano, Riina, De Stefano? I padrini di Cosa Nostra non li può comprare a buon prezzo come Bossi o Fini, se ci stringi un patto (di sangue) viene stralciata la clausola di risoluzione del contratto!
E poi, con quali voti pensa di fare la differenza politicamente nel Paese, il Cavalier nostrano, se non con quella dei sodali malavitosi?
Non è per caso lui che ha ospitato un assassino di Cosa Nostra in casa propria sotto le mentite spoglie di uno stalliere?
Non è per caso il suo partito un ottimo vivaio - nel presente Dell’Utri e, nel passato, Cuffaro - per uomini con forti relazioni con la criminalità organizzata?
Non è per caso proprio lui ad aver favorito con le leggi gli affari e l’incolumità dei criminali, attraverso la depenalizzazione dei reati finanziari, la contrazione dei tempi di prescrizione, l’eliminazione delle intercettazioni, il condono fiscale?
Non è per caso proprio il CDM da lui presieduto che ha deciso di non sciogliere il comune di Fondi per infiltrazioni della ‘Ndrangheta, dopo 17 arresti e più di 500 cartelle di atti giudiziari testimonianza della collusione tra la giunta Pdl e criminali organizzati?
Non è per caso lui che trattò, come ci dice la sentenza di primo grado che ha condannato a nove anni Marcello Dell’Utri per concorso esterno in associazione mafiosa, con i padrini delle cosche accordi e favori economici per le sue aziende, oltre la nascita di Forza Italia?
Presidente del Consiglio, come ho scritto appena due giorni fa, il suo è il governo del “favoreggiamento alla mafia” e passerà alla storia per aver rafforzato economicamente e fatto penetrare fin nei più alti ranghi delle istituzioni il flagello della criminalità organizzata.
Riporto per non dimenticare uno stralcio della sentenza che riguarda Marcello Dell’Utri e che non leggerete mai sui giornali (leggi il testo integrale). Stampatelo e diffondetelo tra i vostri amici e conoscenti perché la menzogna si combatte con l’informazione.
"Vi è la prova che Dell’Utri aveva promesso alla mafia precisi vantaggi in campo politico e, di contro, vi è la prova che la mafia, in esecuzione di quella promessa, si era vieppiù orientata a votare per Forza Italia nella prima competizione elettorale utile e, ancora dopo, si era impegnata a sostenere elettoralmente l’imputato in occasione della sua candidatura al Parlamento Europeo nelle fila dello stesso partito, mentre aveva grossi problemi da risolvere con la giustizia perchè era in corso il dibattimento di questo processo penale." (www.antoniodipietro.it)

giovedì 20 agosto 2009

Un mese fa, quando sono partito per 15 giorni di vacanza all’estero, mi sono detto: finalmente due settimane senza televisione italiana. Invece, appena arrivato, ho scoperto con raccapriccio che nel villaggio turistico arrivavano Tg1, Tg2, Tg3, Tg4, Tg5, Italia1, TgLa7. Ogni tanto ci davo un’occhiata, per tenermi aggiornato sull’Italia: a parte la notizia che faceva caldo (ovviamente record, come ogni anno a memoria d’uomo) e la gente andava in vacanza – fenomeni inediti, soprattutto d’estate – e quella che Berlusconi garantiva una brillante uscita dalla crisi e una pronta entrata degli abruzzesi nelle case che sta costruendo con le sue mani, per non parlare dell’ennesimo colpo a vuoto del Superenalotto, non ho saputo altro. Mi è persino venuta un po’ di nostalgia per i giornali italiani, almeno finchè in paese non ne ho trovato uno, vecchio di tre giorni: poi è passata. Me lo sono portato in spiaggia, circondato dall’invidia di altri italiani in astinenza, e sfogliandolo ho appreso che in Italia faceva caldo, che gli italiani erano in vacanza e che presto l’Italia sarebbe uscita dalla crisi e gli abruzzesi sarebbero rientrati nelle case eccetera. Niente da fare, invece, per il Superenalotto. Dopo qualche giorno di black out totale, sono rientrato in Italia e all’aeroporto ho subito fatto incetta di quotidiani: caldo record, esodo dei vacanzieri, prossima uscita dalla crisi ed entrata nelle case, Superenalotto. L’altra sera riaccendo un tg dopo tre settimane: il Tg1, per la precisione. Fuffa politichese con le solite figurine che esternano a turno per pochi secondi ciascuna, visibilmente abbronzate e circondate da scenari turistici (a parte Capezzone, sempre pallidissimo col Transatlantico sullo sfondo e le piaghe da decubito, a far la guardia al bidone). Poi gli esteri (credo, gli short di Michelle Obama e, più di fretta, qualche carrettata di morti in Iraq e Afghanistan). Poi l’inutilmente ridanciano Attilio Romita annunciava nell’ordine (non sto scherzando): “Nuovo colpo di scena nel giallo della ragazza rom uccisa da un’auto pirata”; primo collegamento con i Monopoli di Stato per l’estrazione del Superenalotto; “tutti i rischi per i cercatori di funghi” (con preziosi consigli dell’esperto, tipo “portare calzature idonee” e “se vi perdete, cercate di orientarvi”); “caldo record, allarme in nove città”; secondo collegamento con Superenalotto; le vacanze di Madonna a Portofino; il nuovo trend delle spiagge attrezzate per cani; terzo collegamento con il Superenalotto; sigla. Intanto, sulla Stampa, un circostanziato articolo di Maurizio Molinari con varie frasi virgolettate di analisti e uomini del Dipartimento di Stato rivelava che l’amministrazione Obama è furibonda per l’asse Berlusconi-Putin-Erdogan sul gas e a Washington si ipotizzano (sempre fra virgolette) “interessi particolari di Berlusconi nell’aumentare i legami energetici con la Russia”. Dove “particolari” sta per “personali”: insomma, secondo gli americani, Al Pappone si starebbe facendo – tanto per cambiare - gli affari suoi. La notizia ovviamente, a parte i lettori della Stampa, non l’ha saputa nessuno. Il Tg1, per dirla col suo direttore Scodinzolini, “non fa gossip”. E gli altri nemmeno (infatti sono scatenati appresso alle voci su George Clooney gay). Ma Al Pappone la notizia l’ha notata eccome, infatti ha fatto sparare dai suoi sgherri contro il direttore della Stampa, Mario Calabresi, con una volgarità finora sconosciuta financo ai suoi sgherri, il che è tutto dire. E’ accaduto che un distratto redattore del quotidiano torinese abbia pubblicato la foto di una prima pagina dell’Avvenire tratta da internet, senz’accorgersi che il titolo del giornale dei vescovi era un fotomontaggio beffardo come i tanti che girano in rete (“Il Papa a sorpresa: Silvio, ora basta”). Appena scoperto lo svarione, La Stampa s’è scusata con i lettori e con l’Avvenire. Cose che capitano. Ma l’house organ berlusconiano, che di falsi d’autore se ne intende visto che ne fabbrica da anni in quantità industriali, ha sparacchiato la cosa addirittura in prima pagina, attribuendola a una scelta dolosa, a un complotto del giornale di casa Agnelli, notoriamente comunista. Titoli: “Così si fabbrica un falso scoop anti Cavaliere”; “L’odio in redazione”; “La Stampa crea un falso per attaccare il premier”; “Copia, incolla e tarocca: il bersaglio è sempre il Cav”. Elegante la chiusa dell’editoriale di Paolo Granzotto: “Lascia un po’ disorientati che un esempio così palese del sonno della ragione, del gioco sporco, della mascalzonaggine intellettuale venga da un giornale diretto da Mario Calabresi, figlio del commissario Luigi Calabresi. Egli, difatti, dovrebbe ben sapere quale ne sia la caratura etica e dove conducono le orchestrate campagne d’odio che procedono per isterismi, per rabbiosi luoghi comuni, per falsi teatrali e carte truccate nel mazzo. Egli più di ogni altro”. Qualcuno potrebbe pensare che questa sconcezza sia uscita per volontà di Mario Giordano: Invece no: lo Jervolino di casa Berlusconi è stato appena giubilato per fare, anzi per rifare posto a Vittorio Feltri. Qualcun altro potrebbe dunque pensare che quella sconcezza sia stata commissionata da Vittorio Feltri. Invece no: il popolare Littorio s’insedierà al Giornale soltanto domani. La verità è che quella sconcezza è il frutto spontaneo della gara al servo più servo che è in corso negli house organ alpapponici. Perché al bulimico padrone non basta più nemmeno la piaggeria di un Giordano nè l’obbedienza di un Belpietro (anch’egli trasmigrato a Libero, dopo la promessa non mantenuta del Tg1): ora Al Pappone pretende, se possibile, di più. E Granzotto ha voluto dimostrare che tutto è possibile: anche superare in servilismo Mariolino Linguadivelluto. La stessa gara è in corso alla Rai: non per nulla hanno nominato i direttori che sappiamo; non per nulla nessun tg, nemmeno il Tg3, ha mai osato intervistare la signora Patrizia D’Addario, notissima e popolarissima in tutte le tv del mondo fuorchè in quelle italiane. (MARCO TRAVAGLIO - L'ANTEFATTO -)

mercoledì 19 agosto 2009

In autunno ci sono due appuntamenti da non perdere. L'ideatore e l'"utilizzatore finale" di Forza Italia possono finire dentro, o quasi dentro. Il processo di appello a Dell'Utri a Palermo deve confermare, o meno. i nove anni di condanna in primo grado per frequentazione mafiosa. Sappiamo già che, nel caso di condanna, riceverà una telefonata di stima istituzionale di Casini, Azzurro Caltagirone, come avvenne in primo grado. A Roma la Corte Costituzionale si pronuncerà invece sul Lodo Alfano. Alcuni giudici hanno già pasteggiato con l'imputato Berlusconi, altri si spera non ancora. Se la Corte, come sarebbe ovvio e auspicabile anche secondo il parere di 100 costituzionalisti, dichiarerà il Lodo Alfano incostituzionale. In quel caso Accappatoio Selvaggio sarà un pubblico corruttore e Napolitano un compagno che sbaglia. Il pendolo della Storia si muove, adagio, ma si muove. (www.beppegrillo.it)

martedì 18 agosto 2009

Grillo 168 (www.beppegrillo.it)

Il prodotto interno lordo del Paese crollerà a -4,8%, queste le nuove previsioni per il 2009. In realtà è l’ennesima previsione di crollo che viene rivista oramai a cadenza mensile, se non giornaliera, e che denota l’incompetenza di chi effettua le stime o l’incapacità di chi è al governo e dispone delle leve per gestire le variabili.Mi domando con che attendibilità si parli nel 2010 di una bava di vento in poppa al Pil del +0,6% o di “ripresa” nel 2011 con un incremento dello 0,8%. L’impressione è che si stiano tirando i dadi e che, chi li ha in mano, sia un baro. Chiuderemo nel 2009 con un Pil reale vicino al -8%, questa la realtà.
L’Italia, ad oggi, dicono abbia sentito meno la crisi rispetto agli altri Paesi occidentali, pura illusione riconducibile a tre motivi principali: da una parte non sono stati diffusi i numeri della crisi e della disoccupazione, che ad oggi continuano ad essere trattati come un’estrazione del Lotto, dall’altra sono state salvate le banche che però non hanno salvato le aziende, ed infine l’amministrazione pubblica italiana, macchina imponente con qualche milione di dipendenti, ha riversato sul debito pubblico, sui servizi e su qualche migliaio di precari il costo della crisi. Ad aver pagato il prezzo più alto della recessione sono stati i lavoratori, soprattutto i precari, delle imprese private e dei colossi industriali in cassa integrazione o semplicemente sbattuti in strada. L’arresto dell’emorragia del debito pubblico, un Golem da 1,8 mld di euro fuori controllo, è la cartina tornasole della ripresa economica oltre che condizione necessaria per restare in Europa. E’ stato stimato che per mantenere la capacità di sostenere il livello pensionistico italiano la crescita “reale” dell’economia, il Pil quindi, debba segnare un +1.8%. Se oggi siamo ad un Pil di -4,8% (con un valore medio invece tra il 2008 ed il 2010, del -1,6%) qualcuno si è chiesto come stiamo pagando le pensioni con un differenziale sull’anno di -6,6% (e medio nel triennio di -3,4%)? Semplice, attingendo al Golem del debito pubblico.
Ma il gioco sta per finire, e finirà in autunno, quando l’alchimia di governo non riuscirà a spiegare ai cittadini come mai le aziende continueranno a chiudere copiose e prive di ammortizzatori sociali per i propri dipendenti, o come mai i pensionati vedranno ritoccare a ribasso le pensioni mentre loro, i governanti, a Palazzo Grazioli sorseggiano champagne serviti da escort vestite di nero e pensano ai dialetti, a Mediaset e a come fottere il Tricolore. (www.antoniodipietro.it)

lunedì 17 agosto 2009

Passaparola di Marco Travaglio (dal Blog www.beppegrillo.it)

Il governo Berlusconi IV e' il governo del favoreggiamento alla mafia.
In Italia si sciolgono molte giunte in un anno, anche per futili motivi o per gli stessi di Fondi, come ad esempio Fabrizia e Vallelunga Pratameno. Allora dobbiamo chiederci: perche' il comune di Fondi, provincia di Latina, con forti infiltrazioni della ‘Ndrangheta, non è stato sciolto dopo più di un anno?
Perché il governo ha lasciato che venisse trasformato da un comune caso di infiltrazione criminale in un’amministrazione pubblica in un caso nazionale di connivenza tra politici del centrodestra e criminalità organizzata?
Perché è stata ignorata la richiesta di un prefetto, Frattasi, a sciogliere quel comune dopo 17 arresti e più di 500 cartelle giudiziarie? Forse perché la giunta di Fondi è del Pdl mentre non lo erano quelle dei comuni di Fabrizia e Vallelunga? Anche, ma non solo: qualcuno all’interno della giunta, o al di fuori poco importa, ricatta il governo, il quale a sua volta è ricattabile. Nel mezzo il vaso di coccio Maroni, leghista a fasi alterne, che tace e piega il capo ai colleghi picciotti
Il governo Berlusconi IV è il governo del favoreggiamento alla mafia per una miriade di ragioni. Lo è perché fa campagna elettorale lanciando messaggi di distensione alla criminalità organizzata. Lo è perché protegge in Parlamento, e fuori, uomini condannati per associazione mafiosa che negano perfino l’esistenza di Cosa nostra.
Lo è perché inneggia a Mangano, un assassino a cui il presidente del Consiglio ha aperto la sua casa. Lo è perché ha eliminato di fatto lo strumento d’indagine delle intercettazioni con cui venivano arrestati i capi e i sicari delle cosche. Lo è perché ha tolto soldi e mezzi alla sicurezza garantita dalle forze dell’ordine, barattata con le ronde leghiste.
Lo è perché viene ricattato, oltre che dalle escort, anche dai malavitosi. Per cosa viene ricattato i cittadini non lo sapranno mai, ma assicuro che il prezzo lo hanno pagato e lo pagheranno loro. La merce, invece, se la spartiranno ricattati e ricattatori. (www.antoniodipietro.it)

PONTE DI LEGNO- L'inno italiano? «Non lo conosce nessuno». Il Presidente della Repubblica? «Meglio Napolitano di Ciampi». E il Barbarossa? «Oggi abita a Roma». Umberto Bossi, alla festa della Lega a Ponte di Legno, spiega anche l'importanza delle gabbie salariali: «Noi siamo nell'epoca del federalismo e chi non vuole i salari territorializzati è uno che non vuole l'applicazione del federalismo». E ricorda che «la Lega non è nata solo per vincere le elezioni ma per liberare la nostra gente dal centralismo romano. Non andrò in pensione fino a quando non avremo liberato la nostra gente da Roma ladrona».
INNO NAZIONALE- E a proposito di tradizioni, il ministro delle Riforme ha spiegato che «quando cantiamo il nostro inno, il Va pensiero, tutti lo cantano perchè tutti conoscono le parole, non come quello italiano che nessuno conosce». Secondo Bossi, il fatto che più gente conosca le parole del Va pensiero significa un maggiore attaccamento alla Lega «perché la gente ne ha piene le scatole».
IL CAPO DELLO STATO- Dopo gli elogi a Bersani, adesso tocca al Capo dello Stato. «Preferisco Napolitano a Ciampi. Napolitano è sempre stato ragionevole, non si è mai opposto al governo». Un elogio inaspettato quello di Bossi, mentre ricorda che con il Presidente della Repubblica è stato possibile dialogare. «È una cosa importante perchè è lui che firma le leggi. Per fortuna che il governo non l'ha mai avuto contro. Il presidente della Repubblica deve essere il più possibile neutro».
IL DIALETTO-E intanto il ministro della Semplificazione Roberto Calderoli spiega che la bozza di legge sul dialetto è pronta e verrà approvata presto. Il testo della legge è stato consegnato sabato a Bossi ed è un argomento caro al leader della Lega. « L’anno scorso a Ferragosto ho portato la bozza del federalismo fiscale che in meno di un anno è diventata legge. Oggi Bossi ha in mano la bozza di legge sui dialetti e vi garantisco che non durerà tanto di più per diventare legge». Il testo all’esame di Bossi prevede l’obbligatorietà dell’insegnamento a partire dalle scuole primarie.
«NESSUN RICATTO»- « Nel governo non c’è nessun ricatto, nessuna golden share della Lega. Abbiamo solo il peccato di avere avuto un grande maestro che ci ha insegnato e ci ha fatto capire che cosa vuol dire lavorare e fare andare la testa. Mentre loro sono in vacanza ai tropici noi stiamo a casa a lavorare e a preparare le leggi». Lo ha spiegato il ministro Calderoli secondo cui «se c’è il rispetto di tutte le parti, questo governo durerà 4 anni e realizzerà le riforme». E ha aggiunto: «Non è un peccato avere idee e ideali quando c’è chi come unica proposta, ha fatto quella di dare la cittadinanza agli immigrati dopo 5 anni. Questi sono fuori di melone». (CORRIERE DELLA SERA)

sabato 15 agosto 2009

L'aria è pesante in questo Ferragosto. Troppi girano ormai con una trave nell'occhio. In modo sfacciato. Non temono più alcuna conseguenza. La trave nell'occhio, se esibita con disinvoltura in pubblico, è diventata un segno di riconoscimento sociale. Uno status symbol. L'Italia è un Inferno che simula il Paradiso.Il Parlamento è il girone infernale più ambito. Una volta giunto lì puoi fare tutto quello che è proibito ai comuni cittadini. Alle anime morte che sono diventate oggi tanti italiani. Puoi consentirti un tal numero di travi nell'occhio da mettere su una falegnameria. Droghe pesanti, mafia, camorra, corruzione, prostituzione. Un deputato cocainomane non commette peccato, un falegname che coltiva canapa viene ammazzato. Il secondo cerchio, oltre il Parlamento, è ugualmente protetto. E' la Borsa Italiana, terreno di vita e di guadagni di Tronchetti, Geronzi, Tanzi, Cragnotti, dell'ubiquo Berlusconi e dei discendenti della famiglia Agnelli. Nel terzo cerchio prosperano i faccendieri, gli amministratori locali, i picciotti o più semplicemente i leccaculo. Sono legioni e legioni. Portano sulle pupille travi più piccole dei loro padroni, ma, tra tutti, sono i più sfrontati, i più beceri.Insultano ragazzi in pubblico e li fanno trascinare via dalle forze dell'Ordine. Il quarto cerchio contiene i quaqquaraquà, i boccachiusa, gli indifferenti, i mivoltodallatraparte, i miononnohacampatocentanniperchèsifacevaicazzisuoi. Sono eserciti, sono infiltrati ovunque, nelle famiglie, negli uffici, nelle chiese.A protezione di questo fantastico mondo di travi ci sono i cultori della menzogna. Allevati nelle redazioni dei giornali, negli uffici stampa dei partiti, negli studi televisivi. Mentitori di razza che starnazzano come le oche del Campidoglio contro ogni accenno di verità. Cercatori di peli nell'uovo negli avversari del Sistema. Trasformano il bianco in nero. La merda in oro. Un cialtrone in presidente del Consiglio. Una velina in un ministro. Un guitto in un portavoce del Senato. Sono i maghi moderni della parola di Stato. Professionisti della diffamazione. Vomitatori di calunnie grazie alle sovvenzioni, alle tasse dei cittadini.Fa caldo in questa Italia, in questo agosto. Un caldo insopportabile.Fuori da gironi ci sono i precari, i disoccupati, i pensionati a 500 euro al mese, i laureati senza un futuro. Ci sono gli onesti, gli umiliati, i cercatori di verità, i rompicoglioni, coloro che si informano attraverso la Rete e la stampa internazionale. Sono tanti e sono ancora pochi. Ma è una marea crescente. Quando gli informati saranno maggioranza, le pale dell'elicottero cominceranno a girare. Forse ci vorrà un cargo per trasportarli tutti, forse non basterà. Beati i fuggitivi, perché non subiranno la collera degli onesti. Loro non si arrenderanno mai (ma gli conviene?). Noi neppure. (www.beppegrillo.it)

WASHINGTON - Quaranta anni fa il concerto di Woodstock, successivamente ricordato come il concerto del secolo, aprì la sua tre giorni di "musica, amore, sesso e rock and roll" il 15 agosto del 1969, in un prato di 2,4 chilometri quadrati alle porte di Bethel, città rurale a una settantina di chilometri da Woodstock, nello Stato di New York. Faceva caldo ma piovve spesso, il prato si trasformò in fango. L'happening musicale divenne "un'altra cosa". Ed è proprio quella "cosa" il motivo per cui a 40 anni di distanza di Woodstock si continua a parlare come di un evento conosciuto in tutto il mondo. Sul quel palco improvvisato in mezzo al prato si esibirono per tre giorni 32 artisti. Alcuni grandissimi (Joe Cocker, Jimi Hendrix, Carlos Santana), altri così mediocri da "non essere degni della fama a cui il concerto è successivamente assurto", ricorda oggi il Wall Street Journal. Eppure per la stessa rivista Rolling Stones, che negli Stati Uniti è da considerarsi la 'bibbia' musicale, Woodstock è da inserire di diritto nella lista dei "Cinquanta momenti che hanno cambiato la storia del rock". Perché? Perché richiamò su quel prato oltre mezzo milione di persone, e da quel prato lanciò al mondo un messaggio di pace fratellanza e musica così potente da diventare il simbolo di un'intera generazione. La qualità della musica era secondaria, e non a caso il critico musicale del Wall Street Journal ricorda che il concerto dal punto di vista della qualità "fu un fallimento". La droga, la pioggia e gli impianti improvvisati ebbero il sopravvento sul talento degli artisti o presunti tali che si presentarono sul palco. Eppure Woodstock è una pietra miliare della storia del rock. Canzoni come appunto 'Woodstock', di Joni Mitchell, e artisti come Joan Baez, Janis Joplin, Crosby, Stills, Nash & Young, o immagini a loro modo tragiche come quella di Jimi Hendrix che con la sua chitarra elettrica distorce fino al punto estremo della musicalità possibile l'Inno americano, hanno segnato una tappa inconfondibile della cultura popolare mondiale. Sono diventate icone di quei 'figli dei fiori' che hanno attraversato tutti gli Anni Settanta. Woodstock è l'immagine simbolo della beat generation cantata da Jack Kerouac e che cercava 'on the road' il senso della vita. Ha segnato almeno un decennio. Sul palco di Woodstock non si esibì il meglio del panorama musicale di allora, anzi. Artisti come i Jethro Tull, i Doors, i Led Zeppelin, i Byrds, declinarono l'invito. Altri, come per esempio John Lennon, non furono nemmeno inviati. Eppure Woodstock continua ad essere celebrato come 'il' concerto. Tutti i critici, i cantanti, i testimoni e gli storici sono concordi su questo dato: la differenza la fece la gente. Mezzo milione di persone che per tre giorni riuscirono a convivere pacificamente sotto la pioggia, nel fango, in condizioni igieniche precarie, eppure esprimendo una energia collettiva unica, mai vista prima. Per esserci avevano speso 18 dollari: 6 dollari al giorno per quel venerdì-sabato-domenica che - a loro modo - hanno fatto la storia. (ANSA)

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venerdì 14 agosto 2009

Tra i numeri d’avanspettacolo di un’estate politica più da pochade del solito, uno dei più esilaranti, non ci piove, è stata la crociata a difesa della magistratura di Raffaele Fitto, principe ereditario del regno di Puglia, momentaneamente spodestato da Nichi l’usurpatore e in dorato esilio come ministro degli Affari regionali, ma ansioso, ansiosissimo di riprendersi quel che gli appartiene per diritto di sangue. Dopo la lettera aperta di Vendola alla pm Desirée Digeronimo, il rampollo s’è imbizzarrito: “Ohibò! Qui si tenta di intimidire la magistratura”. Qualche tempo fa, le vittime di tanta violenza commuovevano assai meno il cuore del ministro. Li definiva spensierato “un manipolo di legionari”, una “casta togata” presente, ahilui, persino nelle solenni aule del Senato. Tanto per non intimidire nessuno, il difensore di donna Desirée aveva anche provveduto a denunciare i futuri pupilli al Csm (denuncia prontamente archiviata). Il collega Angelino Alfano, ministro della Giustizia, era stato anche più solerte, inviando direttamente a Bari i suoi ispettori, proprio mentre il ministro per gli Affari regionali veniva rinviato a giudizio.Tanto per non intimidire nessuno. Fitto junior è un ragazzo sveglio, e soprattutto precoce. E’ stato tra i più giovani consiglieri regionali nella storia patria, poi il più giovane presidente di Regione di tutti i tempi. Ovvio che un tipo simile abbia imparato al volo la più basilare fra le tante lezioni di re Silvio, modificare il giudizio a seconda delle circostanze e della convenienza, e adoperare le corazzate mediatiche per capovolgere la realtà ogni volta che questa rischi di fare troppo danno. Capita così che si erga a severo censore e austero moralizzatore uno che negli scandali, specialmente in quelli legati alla sanità, è impelagato fino al collo. Uno che non si ritrova agli arresti domiciliari (con l’imputazione di corruzione, falso e illecito finanziamento ai partiti) solo perché la camera ha negato l’autorizzazione all’arresto (con un voto solo a favore, il suo: tanto per regalarsi un beau geste a prezzo stracciato). Che è rinviato a giudizio per turbativa d’asta e interesse privato del curatore fallimentare. Che potrebbe presto doversela vedere con problemi anche più imbarazzanti.La Finanza, infatti, starebbe indagando, anzi avrebbe già concluso le prime indagini, sull’increscioso caso della clinica convenzionata Città di Lecce. Inappuntabile sul piano medico, la suddetta istituzione lo sarebbe un po’ meno su quello amministrativo. Pare infatti che in nessuna delle carte che vengono doverosamente fatte firmare ai pazienti figuri l’intervento richiesto, per il quale la clinica chiederà poi il rimborso alla regione. Dicono i pazienti stessi che proprio quella voce resti frequentemente in bianco, e va da sé che non si tratta di un particolare: senza la specifica in questione, infatti, nulla impedisce di chiedere rimborsi ben più cospicui di quelli commisurati all’intervento effettivamente compiuto. Se al pacchetto si aggiunge il fatto che proprio una parte della famiglia Fitto sarebbe direttamente coinvolta negli interessi economici della clinica si capisce perché l’inchiesta potrebbe rivelarsi nelle prossime settimane l’ennesima bomba. Non sarebbe il primo incidente del genere per il principe ereditario. La faccenda che, senza lo scudo del Parlamento, gli sarebbe costata gli arresti domiciliari riguardava appunto l’appalto di 11 cliniche a Giampaolo Angelucci, che secondo gli inquirenti proprio in cambio del regalino avrebbe versato, perla campagna elettorale del 2005, 500mila euro alla lista di Fitto: prezzi scontati, se è vero che si trattava di un affaruccio da 198 milioni di euro. Il rinvio a giudizio, invece, riguarda la vendita della società Cedis, una catena di 23 supermercati e punti vendita, fallita nel 2005. Valeva 15,5 milioni di euro. C’era chi ne offriva 19,2 (le società Disal e Megamark). Fu venduta, anzi svenduta alla Società sviluppo alimentare che fa capo all’amico Brizio Montinari per soli 7 milioni. Un bel risparmio, a dimostrazione che l’amicizia, sentimento tra i più nobili, a volte può rivelarsi anche tra i più redditizi. Ma non è che questa messe copiosa di scandali e inchieste, di rinvii a giudizio e richieste d’arresto, di tangenti e favori scambiati, legittimi l’infamante accusa di corruzione e autorizza a parlare di malgoverno. Più semplicemente, Fitto il giovane somiglia a un vicerè abituato a considerare il regno, pardon la Regione cosa sua. E a comportarsi di conseguenza. Quando il padre Salvatore, presidente in carica della regione, perì in un incidente d’auto, nel 1988, l’erede, diciannovenne, era già in politica: si faceva le ossa per incassare al più presto la legittima eredità politica. Due anni dopo era consigliere regionale per la Dc. Gavetta rapida, nel ‘95, migrato nel frattempo in Forza Italia, era già promosso vicepresidente della Regione nella giunta Santostaso, un notabile ancien régime che l’impetuoso Raffaele sopportava pochissimo e che, pertanto, si adoperò per far fuori il prima possibile. Senza neanche pazientare fino alla fine del mandato. Un giro al parlamento europeo, tanto per tenersi in forma, e nel 2000 torna a casa: il più imberbe tra i presidenti di Regione. Forzista sì, ma senza dimenticare i quarti di nobiltà democristiana. Gli appalti per le mense nei soliti ospedali pugliesi furono prontamente affidate ai compagni di parrocchia della celeberrima “La cascina” targata Comunione e Liberazione. Quei gentiluomini che, nelle intercettazioni, lodavano le pietanze che ammannivano ai pazienti con frasi colorite tipo: “Quella roba non se la mangerebbero neppure i leoni”. La sconfitta nel 2005 a opera di un outsider come Nichi Vendola, Raffaele Fitto non la ha vissuta come uno scacco politico, ma come un affronto personale. Persino il ministero, solitamente la meta più ambita per i politici, pare viverlo come un desolato premio di consolazione. Il viceré rivuole la Puglia, poco importa se per interposto reggente, e per farcela è pronto a tutto. Persino a farsi paladino di quei magistrati che, se potesse, spedirebbe in esilio senza processo. Colpevoli del delitto di lesa maestà. (L'ALTRO)

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Video amatoriale della tragedia sul fiume Hudson dove hanno perso la vita cinque italiani (CORRIERE DELLA SERA)

C'e' una notizia che pochi italiani sanno, una porcata estiva degna di questa compagine di governo.
Il ministro della Cultura Bondi ha rifinanziato per il 2009, con soldi pubblici, la fondazione Craxi. Fin qui, sapendo che il Pdl accoglie in Parlamento condannati per ogni sorta di reato, anche per associazione mafiosa, nulla di che stupirsi, sappiamo di essere di fronte ad un partito ad immagine e somiglianza dei suoi fondatori: Berlusconi e Dell’Utri.
Ma quando si apprende che le fondazioni intitolate a Sandro Pertini, a Di Vittorio e a D'Annunzio non riceveranno un euro questo deve indignarci.
Le fondazioni hanno il compito di promuovere la cultura nel Paese, quali valori vuol promuovere la fondazione Craxi di cui sua figlia Stefania ne è Presidente?
Su Wikipedia si legge: “la Fondazione Craxi è una fondazione nata il 18 maggio 2000 allo scopo di tutelare la personalità, l'immagine, il patrimonio culturale e politico di Bettino Craxi attraverso la raccolta di tutti i documenti storici che riguardino la sua storia politica”. Mi viene il dubbio leggendo questa definizione se, nel “patrimonio” di cui parla, ci siano anche le migliaia di fascicoli giudiziari prova del suo vero valore politico.
Craxi non era uno statista, è stato solo il fondatore del sistema dei finanziamenti illeciti ai partiti, un incallito corrotto e corruttore che ha distrutto il sistema economico italiano fondandolo sul meccanismo clientelare piuttosto che su quello meritocratico. Un meccanismo per cui appalti e lavori pubblici finirono nelle mani del miglior offerente invece che del più capace.
Un uomo alla cui ombra sono cresciuti, come nel peggiore dei vivai, i politici di prim’ordine che ora guidano i partiti italiani.
Un uomo i cui insegnamenti sono alla base della sfiducia nelle istituzioni e nella politica del primo partito italiano: quello degli sfiduciati che raccoglie oggi il 50% dei cittadini con diritto di voto.
Una fondazione, quella Craxi, che scioglierei oggi stesso poiché rifinanziata attraverso lo stesso sistema creato dell’individuo a cui è dedicata: quello del clientelismo. Propongo altre fondazioni ai politici e sodali del Bettino d’Hammamet, dispersi nei maggiori partiti politici italiani: quella dedicata a Mangano o a Rocco Muscari.
Nei prossimi giorni darò spazio ad un’altra fondazione all’altezza della precedente, quella Agnelli, dedicata all’omonimo corruttore, meglio conosciuto dai politici sotto le spoglie di senatore a vita: Giovanni Agnelli. (www.antoniodipietro.it)